Di cosa devo scrivere? Di cosa?Cos'era quella maraviglia di cui dovevo scrivere? Eppure.
Mi par di ricordare che.
Eppure c'era qualcosa di cui dovevo assolutamente scrivere.
Mi sembra di avere in mente perfino le parole esatte già scelte e appese al filo con le mollette. Ma.
Cosa?
Ho trascorso lunghi momenti bizzarri ostacolati da una memoria labile. Per ragioni tangibili e tanto vere da sbigottirmi. La dottoressa dice Prendi tempo, concediti pazienza e tornerai a ricordare, la memoria si rifarà vivida e non sprecherai più sensazioni innominate.
Non impiegherò queste finte pagine per raccontare di come si possano fabbricare dimenticanze. Le impiegherò per scrivere ciò di cui la mia mente andava farneticando. Cos'era quella maraviglia?
È questo il titanico potere di carta e penna. Questo l'immenso regalo che sa restituirmi un taccuino da viaggio che ancora ho l'abitudine di infilare nella borsa ogni giorno. Rileggo i miei appunti e ricordo.
Nel novembre del 2007 sono partita in solitaria per Palermo.Mia abitudine per disabiturami, quella del viaggio in assolo.
Scelsi Palermo per l'assoluta mancanza di appiglio: non conoscevo nessuno laggiù, pochissimo sapevo della città, niente mi spingeva a raggiungerla.
La direzione doveva essere Sud.
Allora fu la Sicilia, e dell'isola fu la Signora.
Capitale di contrasto che echeggia di un mondo arabo mescolato alle fogne, di una terra contadina adornata a matrimonio reale. Feroce e fiera. Sanguigna.
Più di una volta la testa ha girato, ricordo. Per sorpresa, non per paura. Per esagerazione, per sbrodolamento, per incessante sciabordio. Un pezzo di vitello accettato al mercato del Capo che lasciava scivolare il sangue sulle mie suole. Una dozzina di uomini che in silenzio fermavano una palla per osservare la mia traiettoria. Le strade gonfie di odore – sempre uno, sempre quello, di mandorle bruciate nell'olio di frittura di pesci spada.
E poi, le catacombe. Le Catacombe dei Cappuccini.
Ecco di cosa volevo scrivere.
A Palermo la periferia si mescola al centro città senza chiedere il permesso.Quartiere Cuba. Pochi turisti.
Giornata calda e assolata. Lavorativa.
I ragazzini giocano nei pochi prati rovinati. Il cimitero della Chiesa di Santa Maria della Pace ancora vestito a festa per Ognissanti appena trascorso. Una donna urla. Grida un saluto a un vecchio a lei a fianco, che risponde con voce imperiosa e stanca.
Nell'Ottocento le catacombe erano meta preferita dai giovani aristocratici inglesi che fingevano il rischio nel Gran Tour esplorando la giungla europea – fra tutti gli angoli, favorita l'Italia delle reliquie romantiche – per poter tornare in patria col petto gonfio di avventura e onore.
La mia strada ci era passata invece perché una simpatica touriste francese a colazione aveva esordito con Ça vaut le coup d'y aller. On a l'impression que c'est pas possible.
Si scende. Scendo. Sola. Muri bianchi. Soffitto basso.Non ricordo chi vidi per primo. Eccoli. Eccoli tutti. Infiniti, tanti, quanti?
La guida dice più di 8000.
Non esiste un solo brandello di parete che respiri. Tutto è cadavere.
Centinaia si scaffalature fanno dei corridoi una biblioteca di resti umani.
Se non ci fosse il soffitto e poi la terra e poi il cielo, andrebbero oltre, ancora di più, al di là dell'oltre.
Ovunque, loro.
Barcollo. Capogiro.
Perché questa è la morte, vero?
Mi siedo, devo sedermi. Non so dove appoggiare un corpo ancora vivo.
Ovunque loro.
Faccio della mia borsa un velo di distacco e mi ci accascio sopra.
Ovunque, loro.
Risalgo allora lo sguardo.
La vecchia ha la testa girata e rimprovera ancora il figlio di non aver sposato la donna giusta.I frati ancora pregano esausti di farlo.
Le vergini sono vestite di tutto punto e tentano di tenere gli occhi bassi, mentre invece la sottana chiede interesse.
L'uomo dalla bocca immacolata chiede al vicino di tomba un'altra sigaretta.
Un rigattiere li ha portati qui. Per secoli.
Ne ha fatto mercatino, ne ha fatto incontro.
Allora tutto diventa un film.
Li sento sghignazzare.
Pare abbiano da ridire sulla mia faccia pallida.
Mi alzo e cammino. E scopro un mondo impeccabile. Irreprensibile. Inattaccabile.
Dario Argento non ha inventato nulla.
Tim Burton diventa un buffone.
Tecniche di imbalsamazione fino a quest'anno misteriose (pare che qualche mese fa un gruppo di studiosi grazie a tecnologie spagnole sia finalmente riuscito a capire) hanno fatto in modo che i corpi che dal '500 fino ai primi del '900 sono stati qui lasciati riposare, continuassero a vivere di scheletro e pelle e denti e vestiti e capelli.
Sono ora a dieci centimetri dall'alito deserto di una donna morta urlante. La cuffietta che indossa scricchiola vicino al grido di fatica che le è rimasto tatuato addosso nel trapasso.Sono bambole vuote. Assenze.
I bambini diventano pupazzi travestiti. Non posso che considerarli grumi di ossa simili ad animali nelle teche di un qualche ridicolo museo. Eppure vite.
Tutto gioca ad essere stato vero.
Dove sono i pirati, i draghi e i fantasmi?
Chi di voi avrà il coraggio di muovere per primo le ossa e impaurirmi d'improvviso?
Ancora sbando. Mi siedo ancora. Controllo il tempo con i polpastrelli.
Tu-tum tu-tum tu-tum tu-tum.
Ma ancora la pace del niente mi consola. Tutti a dirmi di non lamentarmi.
Cuore veloce, certo, ma cuore!
Un'apertura, una piccola finestra proprio sopra la baratheca di Rosalia Lombardo – la piccola diva delle catacombe – mi mostra la linea sottile dell'asfalto verso la superficie.
Si sente la voce di un televisore.
Mi fermo. Ascolto. C'è la pubblicità. E scoppio a ridere.
Panthène Time Therapy
per non lasciare invecchiare i nostri capelli.
Adesso ricordo ancora il grottesco ironico pensiero che mi scorreva nelle vene ancora liquide. Non siamo forse anche questo?
Un giorno "saremmo stati" anche questo.
Espressioni, abiti che coprivano corpi, bisbigli, segreti, sogni accartocciati nelle tasche dei pantaloni.
I Papi moriranno e finiranno a fare combriccola con gli operai.
Le vergini a solleticare l'orecchio dei bambini mai avuti.
I cantautori coi baffetti prenderanno a calci i dittatori coi baffetti.
Quello che resterà senza sembrare reliquia sarà davvero altro.
Quando sarò uscito da questa porta,
può darsi che anch’io esista solo nella mente di chi mi conosce.
J. D. Salinger, Teddy, in “Nove racconti”
può darsi che anch’io esista solo nella mente di chi mi conosce.
J. D. Salinger, Teddy, in “Nove racconti”