16 gennaio 2009

Gaza. 2009. ancora.

Li faccio parlare. Loro non possono.
Ma io li faccio parlare tra loro.



AMOS OZ
Il sistematico bombardamento subito da parte dei cittadini di città e villaggi in Israele, costituisce un crimine di gu
erra e un crimine contro l'umanità.
Lo Stato di Israele deve proteggere i suoi cittadini. (...)
Il calcolo di
Hamas è semplice, cinico e malvagio: se innocenti civili israeliani vengono uccisi, perfetto. Se molti palestinesi innocenti vengono uccisi, ancora meglio. Di fronte a questa posizione, Israele deve agire con intelligenza e non in una esplosione di rabbia. (...)
estratto da un articolo scritto il 26 dicembre 2008


MARIO VARGAS LLOSA
Nessuno, a meno che non sia un terrorista o un fanatico, può trovare giustificazioni alla continua stretta criminale che Hamas eserc
ita sulla popolazione civile d’Israele. D’accordo.
Ma se si tratta di cercare le ragioni del conflitto non è onesto, a mio modo di vedere, fermarsi solo a questo (...)
Mi domando se qualsiasi Paese del mondo avrebbe potuto progredire e modernizzarsi nelle atroci condizioni in cui vive la gente di Gaza.
Non parlo per sentito dire, non s
ono vittima di pregiudizi nei confronti di Israele, un Paese che ho sempre difeso, in particolare quando era al centro d’una campagna internazionale orchestrata da Mosca che appoggiava tutta la sinistra latino-americana.
Ho visto le cose con i miei occhi. E ho provato nausea e indignazione per la miseria atroce, indescrivibile in cui languono senza lavoro, senza futuro, senza spazio per vivere, negli antri stretti e immondi dei campi profughi o in quelle città sommerse dalla spazzatura dove i topi scorrazzano sotto gli occhi pazienti dei passanti, le famiglie palestinesi condannate a poter solo vegetare, ad aspettare che la morte arrivi a mettere fine a un’esistenza senza speranza, completamen
te inumana.
Sono questi poveri infelici, bambini e vecchi e giovani, privati ormai di tutto ciò che rende umana la vita, condannati a un’agonia ingiusta proprio come quella degli ebrei nei ghetti dell’Europa nazista, quelli che, ora, vengono massacrati dai caccia e dai carrarmati d’Israele, senza che tutto ciò serva per avvicinare d’un solo millimetro la sospirata pace.
Al contrario, i cada
veri e i fiumi di sangue di questi giorni serviranno solo ad allontanarla, la pace, e ad alzare nuovi ostacoli e a seminare altri risentimenti e altra rabbia sulla strada dei negoziati.
estratto da un articolo scritto su El Pais e riportato da La Stampa il 13 gennaio 2009


ELIE WIESEL
Una leggenda cassidica racconta che il grande rabbino Baal-Shem Tov, il Maestro del Buon Nome, conosciuto anche come il Be
sht, si prodigò nella missione urgente e pericolosa di accelerare la venuta del Messia. Il popolo ebraico e tutta l'umanità erano troppo sofferenti, troppo afflitti da tanti mali. Dovevano essere salvati, e rapidamente.
Ma per aver tentato di interferire con la storia, il Besht fu punito: bandito insieme al suo fedele servitore in una lontana isola. Disperato, il servo implorò il suo padrone di esercitare i suoi misteriosi poteri, al fine di portare a casa entrambi.
"Impossibile", il Besht rispose. "I poteri mi sono stat
i tolti".
"Allora, per favore, dite una preghiera, recitate una litania, fabbricate un miracolo".
"Impossibile", il Maestro rispose: "Ho dimenticato tutto".

Entrambi cominciarono a piangere.
Improvvisamente il Maestro, rivolto al suo servo, chiese: "Ricordami tu una preghiera, una qualsiasi preghiera."
"Se solo potessi", disse il servo. "Anch'io ho dimenticato tutto".

"Tutto, assolutamente tutto?"
"Sì, ad eccezione..."
"Salvo che cosa?"
"Fatta eccezione per l'alfab
eto".
Al che il Besht gridò con gioia: "Allora che cosa stai aspettando? Inizia a recitare l'alfabeto e io lo ripeterò a mia volta...".
E insieme i due uomini in esilio iniziarono a recitare, all'inizio sussurrando, poi sempre più forte: "Aleph, Beth, Gimel, Daleth...". E ancora, ogni volta più vigorosament
e, più ardentemente; fino a quando finalmente il Besht riacquistò i suoi poteri, dopo aver riconquistato la sua memoria.
discorso al ricevimento del Premio Nobel per la Pace l'11 dicembre 1986


FABRIZIO DE ANDRE'
Ci si può trovare anche di fronte alla tragedia, magari alla tragedia altrui, anche se condivisa, in quanto fratelli o figli della stessa cultura.

È il caso di Sidone, Sidùn in genovese.
Sidone è la città libanese che ci ha regalato o
ltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche l’invenzione del vetro.
Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. Un grumo di sangue, orecchie e denti di latte, ancora poco prima labbra grosse al sole, tumore dolce e benigno di sua madre, forse sua unica e insostenibile ricchezza.

La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea.
dalla trasmissione RAI Mixer del 1984



LUI da Gaza


2 commenti:

diego ha detto...

E' sconcertante sapere che quando ci si muove in direzione contraria alla Pace le cose possono solo peggiorare. Ed è difficile immaginare cosa sia peggio di quello che è ora.

: alice; ha detto...

Io sto tentando di fare attenzione a non schierarmi, perché non si deve scegliere una squadra di calcio o la sua opposta nel derby.
Ho conosciuto libanesi, palestinesi ed israeliani a Parigi e tutti avevano sempre le loro "sante" ragioni. Nessuno aveva torto. Nessuno.
La questione laggiù è complicata e infinita. Si fatica a comprenderla a pieno, in tutte le sue fondamentali sfumature.
Ma infuriata appendo uno striscione al cuore per tutta la gente che muore.
Siano bambini, donne, uomini, vecchi. Le loro vite a Gaza già si avvicinavano al nulla. E ora muoiono come pedine di un gioco in scatola.
Appendo uno striscione e spero che chi può urlare, chi ha potere per farlo, cominci. Adesso. E che poi si torni a parlare, a spiegarsi, a capire, a pensare.