23 dicembre 2008

rue Myrha. prière.

Amo le parole. Amo spostarmi, muovermi, scoprire e affezionarmi.
Gironzolo spesso con un taccuino.
E ci sono due pezzi del mio mondo che hanno spinto più di altri la penna a inventare e i ricordi a depositarsi: Lisbona e Parigi.

Ho vissuto in entrambe – città femmine – e ho pagine di foglietti e linee di calligrafia che mi descrivono ancora, e precisamente, cosa incontravo.
E la sorpresa a ripensarci è che mai è stata la Tour Eiffel a Paris e mai Praça du Comercio a Lisboa a farmi esplodere la meraviglia in gola. Mai.
Sempre invece la bellezza fotogenica degli incontri casuali, una ragazza che costeggia il muro di notte a Cais do Sodré, una vecchietta che mi racconta della sua infanzia sull'electrico 14 a Bélem, i rumori e il vociare della Feira da Ladra, la puttana che scende le scale del mio immobile a Barbès, il bambino perso e ritrovato ai Jardins du Luxembourg, il clochard sulle rive della Senna ch
e mi chiede due monete.
Questo mi spinge a fissare parole sulla carta.


E rue Myrha.
Di rue Myrha, che è il cuore di Barbès – quartiere africano del 18esimo
arrondissement della capitale francese – potrei raccontare per anni, lungo linee trasversali che disordinano tempi e luoghi e momenti della vita che ci hanno avuto a che fare.

Potrei raccontare che fa paura. Può spaventare. Potrebbe essere una di quelle strade che obbligano lo sguardo di chi non le abita ad abbassarsi e farsi piccolo fino a tentare di sparire e passare veloce veloce.
Posso aggiungere che prostituzione e droga sono i migliori amici della notte. Ricordo di averla attraversata sola sotto stelle e luna e perfino loro parevano più nere e più ubriache.
Poi rue Myrha è fatta di case che crollano o muri che sono fatti crollare.
Di odori speziati che cercano di arrivare fino all'Africa, di merguez, di
polli vivi e uova fresche, di cous-cous, di sudore, di giacche vecchie e colori mescolati, di occhi bianchi e denti gialli.
E rue Myrha è stato il mio vendredi 14h30. Questo il souvenir più bello che ho di Parigi.

La preghiera su rue Myrha tutti i venerdì alle 14.30 del pomeriggio. La preghiera fuori dalla moschea. La prière per strada. La preghiera che invade e riempie. La preghiera sentita e voluta. La preghiera che se è vero che Dio vede tutto - anche il loro - allora sarà vista.

La moschea di rue Myrha è da sempre centro nevralgico della Goutte d'Or, che davvero è la zona di Barbès africana e per la maggior p
arte musulmana, capitale di tutto il continente nero a Parigi.
Nel 1995
l'imam Abdelbaki Sahraoui fu assassinato fuori dalla moschea e da allora i parigini e i loro presidenti cercano di avere opinioni, critiche e cambiamenti da proporre per "ordinare" rue Myrha. Le retate della polizia all'esterno dell'Olympic, locale in cui si organizzano ad esempio splendidi concerti senegalesi e ivoriani, sono un'abitudine tradizionale. Retate che mettono al muro sempre e solo i ragazzi neri che si ritrovano nei paraggi. A me non hanno mai fatto controlli. Nemmeno alla barista parigina, al turista americano, agli studenti di Bruxelles, ai musicisti di Marsiglia.

Ora racconto la mia rue Myrha.
Alle due del pomeriggio le serrande si chiudono. I negozi si sbarrano. Nessuno più compra, nessuno vende.
Tutti si incamminano verso la moschea, che è un caseggiato squallido e bianco, irriconoscibile in quanto luogo di culto.
Tutti sono tutti gli uomini. Delle donne non c'è traccia.
La moschea si riempie subito e allora è la strada.
Rue Myrha viene chiusa e diventa un magnifico mosaico di tappeti colorati. L'asfalto sparisce.
Le scarpe lasciano i piedi e si sistemano ai lati, vicino ai marciapiedi.
Gesti che diventano sacri perché in attesa: qualcuno tossisce, una mano si sposta, una gamba si piega. E silenzio.

Quando la preghiera comincia, la danza si sveste e una povera strada si fa palcoscenico di bellezza e rispetto e speranza.
I ritmi identici, l'alzarsi e l'inginocchiarsi intonati alle giacche e alle camicie.

La Mecca osserva e alla fine applaude.

Ancora in silenzio le scarpe riconquistano le direzioni verso i lavori, verso il vagare, verso la città che non è loro.


Io non so cosa sia la religione.
Non conosco la religione. Nessuna.

Spesso non la riconosco nemmeno, non riesco a distinguerla, a isolarla, a capirne la presenza.

Me ne rammarico.

Ma riconosco la bellezza, questo sì.

E insigno il silenzio di significato.

La preghiera di rue Myrha è bella, silenziosa e – credo - religiosa.


16 dicembre 2008

Murphy. Samuel. Beckett.

Mi chiedo perché non ci abbiano mai fatto sopra un film.
Me lo chiesi subito dopo aver letto l'ultima riga.
Mi risposi Tanto meglio, avrebbero sbagliato.
Il copione c'è, perfetto. I personaggi talmente intagliati nelle pagine da
vivere già di vita propria. Non servirebbero attori. Rovinerebbero tutto. Sarebbero finti. No, sarebbero troppo veri.

Murphy, di Samuel Beckett.

Lo lessi per sbaglio, per caso, perché la raccolta delle sue opere teatrali non era in biblioteca quando io non avevo uno spicciolo da spendere in libreria – qualcuno già la teneva sul proprio comodino in prestito a casa – e così incominciai a scoprire la prosa di questo immenso genio del tutto e del niente che tanto amavo per l'ammirazione che provo per coloro che sono maestri della sottrazione, dell'ironia, delle domande senza risposta, del nero.

Non amo le classifiche, non le so fare e raramente sono capace di stilare liste per far gareggiare film, libri, poesie, parole.
Quello non è mai meglio di questo. Questo è spesso fondamentale adesso ma domani sarà un ricordo. O il contrario. O viceversa.

Tuttora non posseggo Murphy tra i mi
ei volumi.
Ma posso ferocemente affermare che sia un cardine della mia letteratura.
A distanza di tempo, lo mantengo come fulcro di paragone per comprendere se un linguaggio, se una trama, se uno stile si dipanano sul mio gusto come Murphy era riuscito a fare.

Murphy. Mai sono riuscito a immaginarlo.
Un buco d'uomo. Samuel Beckett che si guarda e si scrive. Un pazzo. Un malato.
Una sedia a dondolo.

Non esisteva il pozzo profondo che oggi chiamiamo internet, ma oramai si possono trovare infinite informazioni su qualsiasi virgola di questo romanzo del 1935 che Beckett riuscì a terminare nel corso di qualche anno, quando ancora scriveva in inglese.
Ed è divertente sapere cosa ne pensano gli scacchisti dell'assurda partita che Murphy tenta di avere con il Signor Endon, paziente schizofrenico della clinica psichiatrica in cui Murphy lavora. Curiosissimo vederne le mosse e immaginare una sfida a scacchi studiata e mai avvenuta.

Ma non voglio raccontare nulla.
Non mi interessa far sapere che ho saputo.
Sono un poco figlia di Murphy in questo momento, un poco beckettiana, sono Molly, sono chi aspetta Godot, sono Godot.
Mi va di restare legata alla mia sedia a dondolo, in silenzio, a fabbricare il niente, per consigliare un libro.
Se deve essere Natale fra poco, questo è il mio regalo.