23 ottobre 2008

Photodiscovery. la fotografia che sbagliava.

Un gallo fotografato ritagliato e incollato può riuscire a scalare la Torre Eiffel, se la rimpicciolisco e la piego a sufficienza.
Amo giocare con immagini e pittura. Diventa un mio bisogno personale di far accadere l'improbabile. Così di tanto in tanto mi rifugio in biblioteca per raccattare grossi volumi da cui scegliere fotografie da riutilizzare.

Sono così capitata su Bruce Bernard e su PHOTODISCOVERY, raccolta da lui curata di 158 capolavori della fotografia dal 1840 al 1940 (edita nel 1981 da Garzanti).
Giornalista, fotografo, collezionista, esperto ed editore, Bruce Bernard scrive anche una splendida introduzione in cui tenta di stropicciare un poco l'elegia che aggroviglia l'idea di "una bella fotografia".
Non c'è allora colore migliore di un altro, non c'è dunque bianco e nero poetico, non c'è soggetto valido, non c'è errore infimo.
Della fotografia Bernard incornicia ciò che per me è sacro: "gli incongr
ui accostamenti e le incoerenti metafore", lo sbaglio, la sfocatura, la stampa non perfetta, il memento mori.
Quella squisita essenza che rende un attimo infinatamente prezi
oso e irripetibile, nella sua naturalezza, nella sua forzatura mal riuscita, nello scatto fuggente e nell'esserci involontario, nello sguardo imbarazzato, nella linea attorcigliata dell'inquadratura, nel Qui e ora e forse non perfettamente.

Convinta che la nuova era del digitale non debba essere accostata a quella della fotografia - pur riconoscendone il bisogno in questo tempo veloce e fatto di tastiere e schermi illuminati - amante delle stampe da pellicola pensandole oggetti che possono invecchiare come me e acquisire esperienza, mi violento qui e ora e "incollo" alcune delle immagini di cui mi sono innamorata.
Perché impressionanti, che mi hanno colto impreparata nell'essere impressio
nata, mentre qualcuno impressionava loro.

William Henry Fox Talbot - Inghilterra
La figlia del fotografo, Rosamund. 1843-44.
Stampa su carta al sale da negativo calotipico.


Albert Sands Southworth
e Josiah Johson Hawes - Stati Uniti

Ritratto di vecchia (non identificata). 1850.
Dagherrotipo.


William Collie - Stati Uniti
Il patriarca del Jersey a 102 anni e la sua pro-nipote. 1848.
Stampa su carta al sale da negativo calotipico.


Charles Simart - Francia
Nudo femminile. 1856.
Stampa su carta al sale
(ingrandimento d
a un piccolo negativo al collodio).


Charles Simart - Francia
Nudo maschile. 1856.
Stampa su carta al sale
(ingrandimento da un piccolo negativo al collodio)
.


Charles Piazzi Smyth - Scozia
Curiosi colti a loro insaputa, Novgorod. 1859.
Diapositiva per lanterna magica.

Anon - Gran Bretagna
Un vecchio reduce e la moglie. 1860.
Ambrotipo colorato a mano.


Julia Margaret Cameron - Inghilterra (nata in India)
Mary Hillier, la sua cameriera. 1867.
Stampa all'albume.


Anon - Francia
Donna grassa. 1876.
Stampa all'albume.


William Van Der Weyden - Stati Uniti
Uomo sulla sedia elettrica. 1900.
Stampa moderna al bromuro d'argento.


Edward Steichen - Stati Uniti (nato in Lussemburgo)
Rodin con la scultura di Eva. 1907.
Autocromia.


Barone Adolfo De Mayer - Inghilterra (nato in Francia)
Studio di balletto. 1912.
Stampa alla gelatina argento.


Alfred Stieglitz - Stati Uniti
Ellen Morton al lago George. 1915.
Stampa al bromuro d'argento.


Martin Munkacsi - Ungheria
Portiere. 1926.
Stampa al bromuro d'argento
dal negativo originale.



Anon - Francia
Le donne più grasse del mondo. 1930.
Stampa al bromuro d'argento
.

18 ottobre 2008

Wall-e.

Un cucchiaio che termina con punte a forchetta dove lo si mette?
Tra i cucchiai?
Tra le forchette?
In mezzo.


E se si dovesse conquistare l'amata e la sua curiosità spiegandole la poesia di un mondo scoperto, che poi è questo mondo, questo nostro mondo?
La plas
tica da imballo in cui si possono far scoppiettare le bolle e ridere del rumore.
Il cubo di Rubik sfaccettato di colori diversi, profili quadrati che si muovono senza scopo inutilmente per arrovellare la fantasia.
Un frullatore antico, senza spina e senza pulsanti, che gira, che gira veloce.
Una lampadina fulminata, il suo vetro che protegge un filo e pezzi di ferro.

E poi un film e la sua musica. Certo.
Lo fa un sollevatore terrestre di carichi di rifiuti, lo fa Wall-e.
Non mi impegno a introdurre Wall-e.
È magnifico nel presentarsi da solo. Conosce solo una parola: il suo nom
e.
La sua voce è dolcemente robotica e non come tutti sanno fare, la usa quando serve, solo quando serve.
Ma sbaglio. Due parole. Il suo nome e quello di Eve.
Non mi impegno neppure a raccontarne la trama. Milio
ni i siti, milioni i modi, tra cui il migliore sarebbe accomodarsi in poltrona e fingere di avere sette anni. Sto scrivendo di un cartone animato e mi sorprendo. Non è un manga giapponese, non è illustrazione iraniana, non è disegno al tratto francese. Disney. Me ne sorprendo.
Ma non è neppure un cartone animato in realtà. Sfumature poetiche e sottili.
Critiche acute che toccano infiniti aspetti del nostro "vero" passato, presente e futuro. Ambiente, consumismo, Stati Uniti, mancanza di vita pulsante nell'uso smodato della tecnologia, obesità nell'immobilità, appiattimento della cultura.




Ma sto usando paroloni. Lui si avvicinerebbe con una piantina germogliata e direbbe solo Wall-e.
Io lo fisserei negli occhi – perché, sì, sbatte le palpebre meccaniche e piagnucola e sorride – e ci riconoscerei una certa, non credo casuale, somiglianza con E.T.


Emotivo. Wall-e sviluppa così nella solitudine di una Terra da buttare la sua emotività, fatta di curiosità e domande, di wow che lo spingono a cercare ancora. Oggetti che poi conserva, riordina, ammira.
Robaccia, si direbbe.
Ma quant'invenzione può starci in quella robaccia...
Tutto pare avere più senso così. Un senso.
Anche Eve che sbarca pulita e impeccabile tra la sua polvere.


D'accordo. Ho pianto. Lo ammetto.
Non che sia interessante il mio lacrimare, questo no.
Mi chiedessero perché, avrei come Wall-e solo poche lettere, peraltro tipicamente romagnole, più precisamente della "cadenza" ravennate, da esternare: Cio
.
Che significa tutto e niente e che si potrebbe tradurre in questo caso con:
È capitato, Non potevo far altro, Mi è scappato, Come i bambini sì, Bello, Lo rifarei, Non me ne vergogno, Meraviglia.


14 ottobre 2008

Praha. Praga.

Sbaglierei.
Se scrivessi di Praga sbaglierei.
Sbaglierei i tempi dei verbi e le congiunzioni e gli avverbi.

Se la volessi disegnare diventerebbe un barbone ubriaco per strada con gli orecchini dorati luccicanti alle orecchie.

E sbaglierei ancora.
Se la volessi ricordare, Praga mi ruberebbe di tasca il pensiero e ne farebbe spiedino per le guglie dei suoi tetti rossi.


Ogni viaggio, ogni città diventa il vissuto. Quello che si è fatto esattamente con quell'odore nei paraggi, quello che si cercava precisamente con il vestito indossato, quello che si immaginava che si scontra con la pioggia che inzuppa le scarpe.

E per amarla, questa Praga, l'ho dovuta dimenticare.

Ho dovuto dimenticare quel suo finto sbarluccicare come di baldracca vestita a festa.

I cechi nel centro della città sono come i numeri giusti nell'ampolla dei biglietti vincenti alla pesca della Festa de l'Unità. Introvabili.

Praga pare così una magnificente fattoria pulita ripulita lucidata e rilucidata per gli eserciti di turisti che ne fanno meta prediletta per vedere l'Europa dell'Est senza spaventarsi troppo nel vederla davvero.

Tetti rossi.
Guglie impreziosite dalle cartoline che ne fanno clic
remunerativi.
Ponti servizievoli.
Un fiume silenzioso.
Una lingua inginocchiata per rispondere Thank you anche quando non dovrebbe.

Caffetterie pazienti che si mascherano per gli americani i francesi gli italiani i tedeschi.

Eppure.
Sono introvabili, ma ben nascosti.
Bevono. Buona birra. Sorridono col naso che li precede. Ed escono presto, molto presto, la mattina verso il lavoro.


Li immagino nelle periferie non troppo decentrate di questa loro capitale che hanno offerto ai migliori offerenti come una piccola Venezia dei balocchi.
Ben nascosti però camminano per il parco della città.

Un parco splendido per la vecchiezza di alberi, tra cui salici piangenti dalle lacrime quasi centenarie.
Splendido per i pavimenti rovinati e i palazzi antichi in scioglimento. Ciò che ricordavo dell'Europa dell'Est.


Lenti, i cechi. Lenti e gentili. Mi hanno mostrato nel loro mutismo il carattere di un popolo che educatamente e poeticamente fa le rivoluzioni.


Che ascolta.
Che ascolta un certo Leonard Cohen che parla loro all'arena ghiacciata per l'hockey.
Ho rabbrividito di ammirazione nell'ascoltare il grido di un pubblico che sorrideva a un uomo che diceva loro I've tried to leave you, I don't deny.
Che applaudiva al verso I was born with the gift of a golden voice.
E che urlava Than we take Berlin con consapevolezza, certezza e piacere.
Ho rabbrividito di soddisfazione.



Così dopo aver dimenticato ora ricordo dove sta la bellezza a Praga.
In David Cerny che ha sconq
uassato l'idea di etichetta e ha fatto della scultura una maniera per dire.
Il cavallo della imponente statua equestre di Piazza Venceslao stramazzante e legato come un maiale pronto per il salame.
E San Venceslao imperterrito nel suo domare un ridicolo ostaggio.
Come tante altre sue creazioni sparse per la città.


In Vilém Kropp che ha fotografato la bella Praga dagli anni '50 agli '80 e me l'ha mostrata senza pretese, con pellicola in bianco e nero e ancora in silenzio.

Nelle kavarny, nelle caffetterie, dove la birra non pizzica la lingua ma si fa bere. Dove si può ritrovare la gente.
La gente di Praga.

In Bankrot. Un magazzino nel centro storico.
Un magazzino squallido che vende chincaglieria cinese, dai calzettini a 3 corone alle fotografie di Batistuta inquadrate come santini da appendere sopra il water.
Un magazzino dove si ascolta a loop una voce registrata, un invito a entrare, comprare, spendere.
Una voce in tutte le lingue.
E una traduzione in italiano talmente sbagliata da diventare un non-sense perfetto, che mi ha fatto ridere tanto da farmi scordare le paillette per i turisti.


Praga si nasconde.
Gioca a nascondino, come facevo io da piccola.
Amavo cercare cunicoli da conquistare nelle case in costruzione vicino alle campagne e restarmene ammutolita per resistere e vincere.

Così immagino Praga nascondersi nei passaggi che solo lei conosce, lasciando gli scatti per le macchinette digitali a noi conquistatori di banconote ceche.
Immagino Praga attendere il suo momento per cantare di gioia Than we take Berlin o finalmente Tana Liberi Tutti in una vittoria che solo lei capirà.