12 settembre 2008

«ci mostra i segni dove era il collant».

A 15 anni ho cominciato a leggere – a leggere per davvero intendo – grazie a un certo Luciano, che io chiamo babbo, che mi ha presentato un certo Tom Robbins.
L'ho amato e ho girato tutte le sue pagine come per strappare i petali di una margherita per aver r
isposta di una passione.
A 30 anni ho conosciuto Leonard Cohen, un uomo che non sapevo di poter far mio fino a questo punto, grazie a un altro uomo che me lo ha "presentato". Cohen è allora il polline di quel fiore.
A 31 anni il vicino di casa di quel Luciano che io chiamo babbo (un certo Loris che sempre mi ha infilato musica nelle orecchie fin da piccolissima) mi fa scoprire che tutto si lega e tutto si tiene e che Tom Robbins ha scritto un libro nel 2007, Le anatre selvat
iche volano al contrario (Baldini Castoldi Dalai editore), e che a pagina 100 c'è un tributo, un tributo a Leonard Cohen.
Quattro pagine di parole perfette, incastrate, inventate, giocate per descrivere un poeta ma non soltanto, un cantante ma non soltanto, un musicista ma non soltanto, per descrivere quel lui come io non avrei potuto fare.
Dopo un concerto sublime a Lucca, prima di scaraventarmi a Praga per rivederlo riascoltarlo risaperlo, ancora non riesco a scrivere di Cohen. Allora uso Tom Robbins, con un piacere indescrivibile, e trascrivo, senza aggiungere altro, chiedendo perdono per la lunghezza e permettendomi di saltare alcune righe di tanto in tanto, come quel vecchietto faceva sul palco con un passo simile a quello di una faina col verso di un grillo.

« È sceso dal Nord a remi, portato da un equipaggio di troll su una scialuppa di corame. Il suo mantello di pelliccia era incrostato di cera di ceri, la fronte chiazzata in blu dal vino – anche se quest'ultima si vedeva raramente, a causa della maschera da volpe che indossava in permanenza. Penne d'oca fra i denti, lacrima solitaria che si agita sul palmo della mano, era il giovane principe poeta di Montreal, bello, immacolato, alla ricerca di porte più robuste cui inchiodare i suoi versi accuminati.
A Manhattan il pietrisco finì dentro il suo calamaio. A Vienna la sua cassettiera delle spezie scoppiò. Sull'isola greca di Hydra, Orfeo venne a lui all'alba in groppa a un asino trasparente
e gli riaccordò la chitarra da due soldi.
Da allora in poi si è esposto senza vergogna e di buon grado al contagio della musica. Alla furtiva inquisitorialità religioso-sessuale del cercatore solenne si aggiunse la passione apertamente dissennata del trovatore romantico.
Per quando fece ritorno in America, le canzoni agivano in lui come api in una soffitta e i conoscitori stavano sviluppando aneliti al suo miele, sebbene di quando in quando i cuori accusassero punture.


Ora, trent'anni dopo, mentre la società barcolla verso il millennio, dibattendosi e cigolando sulla via come un orangutan con un coltello da scalco in un fianco, Leonard Cohen – la sua visione, il suo talento, la sua perseveranza – sta finalmente ricevendo quanto gli spetta.
Sarà forse perché parla a questo Zeitgest ferito con una particolare eloquenza ed esattezza, sarà forse per un semplice problema di fuso orario culturale, un ennesimo esempio di come i lentigradi aprano in ritardo le loro orecchie a quello che i pochi hanno sentito da sempre.
Come che sia, la tenda di lustrini è caduta, il cancello del boogie-woogie ha oscillato mollemente sui cardini ed ecco qui L. Cohen seduto a un altare nel giardino, che si gode solennemente una nuova popolarità e una considerazione più vasta.

Fin dal principio, i colleghi musicisti hanno riconosciuto a Cohen la capacità di fissare stringate analogie tra le realtà della vita; il talento di creare intimi rapporti tra il mondo interiore del desiderio e del linguaggio e il mondo esterno dei treni e dei violini. (...)
È stato il desiderio di rendere onore a L. Cohen autore di canzoni, a suggerire a una delegazione dei nostri più validi artisti di arrampicarsi uno ad uno, mentre bruciavano i bastoncini di incenso, sulla scala erta e stimolante della Torre della Canzone.
Abbiamo prova che il celebrato possa essere al corrente del segreto dell'universo. Segreto che, qualora ve lo domandiate, è semplicemente questo: tutto si tiene. Tutto. (...)

Cohen è un maestro dell'espressione quasi-surrealista, del verso illogico rivolto in modo così diretto all'inconscio che l'ambiguità di superficie si trasforma in u
n'estrema, seppur fugace, comprensione: comprensione delle sfumature ammalianti del sesso e degli attacchi confusivi della cultura. Certo, è alla sua maestria lirica che i suoi prestigiosi colleghi ora danno il loro tributo. E tuttavia, dev'esserci dell'altro.
Per quanto varie, distinte e appaganti siano una per una tutte le loro espressioni, nelle interpretazioni personali persiste una lontana eco della voce di Cohen, in quanto è la sua voce cantante, oltre alla penna scrivente, ad avere insufflato la vita in quelle canzoni.

È una voce raschiata dagli artigli di Cupido, una voce escoriata dalla pietra filosofale. Una voce marinata in Kirschwasser, zolfo, muschio di cervo e neve; fasciata nel saio di un monastero in rovina; riscaldata nelle braci lasciate accanto al fiume quando gli zingari sono andati via. È la voce di un penitente, di un rabbino, una crosta di pane azzimo vocale abbrustolito – cosparsa di fumo e arguzia sovversiva.
Lui ha la voce che è come la moquette di un vecchio albergo, un prurito fastidioso sulla gobba dell'amore. È una voce fatta per pronunciare nomi di donne – e per catalogarne i fascini talvolta perigliosi. Nessuno può dire la parola NUDA in modo così nudo come Cohen. Ci mostra i segni dove era il collant.

Infine si può dire che la vera personalità quotidiana del loro creatore abiti queste canzoni, anche se i dettagli del suo modo di vita privato possono essere solo oggetto di congetture.
Circa dieci anni fa, un maestro che si era dato il nome di Shree Bhagwan Rajneesh ha inventato l'appellativo di
Zorba, il Buddha per definire l'uomo moderno ideale. (...) Un uomo simile conosce il valore del dharma e il valore del deutsche mark, sa quanto dare di mancia alla cameriera di un nightclub di Parigi e quante volte inchinarsi in un tempio di Kyoto; è un un uomo che sa concludere affari quando sono necessari, e tuttavia permette alla propria mente di penetrare in una pigna, o ai piedi di ballare in selvaggio abbandono quando sospinti dalla melodia. Rifiutando di volgere le spalle alla bellezza, questo Zorba, il Buddha trova nei piaceri dei sensi non una contraddizione, bensì un'affermazione del sé spirituale. Non vi sembra che assomigli un pò a Leonard Cohen?
Siamo stati portati a immaginare Cohen mentre passa le mattine a meditare in un vestito di Armani, i pomeriggi ad accapigliarsi con la musa, e le sere seduto in un
café dove mangia, beve e conversa in toni spirituali ma anche seduttivi con le graziose allodole della strada.
È probabile che sia un ritratto deformato. Tuttavia nell'apocrifo c'è una specie particolare di verità.
Poco importa. Ciò che importa davvero, qui, è che dopo trent'anni L. Cohen tiene corte nell'atrio dell'uragano, e che i giganti si sono radunati per rendergli omaggio. A lui – e a noi – recano le offerte scolpite col martello dal suo ferro, dal suo bronzo, dalla sua criptonite, dal suo azoto sessuale, dal suo oro.

(Note di copertina all'album tributo Tower of Song, 1995) »


Qui, per chi si vuole divertire in inglese.