Spesso non so dare un nome a ciò che mi piace. Non riesco a trovare la parola che descriva perfettamente quello che mi ha sorpreso, affascinato, incantato. Ci giro attorno, a balzelli, invento metafore per farmi capire, mi aiuto coi colori, coi sapori, con gli odori.
Quando ho visto Gomorra, il film di Matteo Garrone dal libro di Roberto Saviano, credo di aver bisbigliato semplicemente Bellissimo. Forse ho aggiunto Per fortuna. E non per la speranza soddisfatta che il film meritasse il costo del biglietto, ma piuttosto per un bisogno "riempito" di piccolo ottimismo: di film così non se ne vedono molti, per fortuna però se ne vedono ancora. Eppure c'era qualcos'altro. La fotografia, la scenografia, il bianco e il nero mescolati ai colori, un tocco. Qualcos'altro a cui non riuscivo a dare un nome. Mi pareva una linea trasversale che tagliava tutta la storia, un taglio nella tela di un pittore.
Allora con ritardo (non so essere fanatica quando invece servirebbe) eccolo:Gianluigi Toccafondo, per la prima volta come aiuto-regista e per questa volta di Matteo Garrone. Eccola la sua impronta leggera. Gianluigi Toccafondo è per me qualcuno che ha saputo inventarsi gli ingredienti per qualsiasi ricetta, sia essa illustrazione, sia pittura oppure video o cinema. Mi salta in testa di poterla chiamare poesia, tutta questa chincaglieria. È stata forse Fandango a renderlo conosciuto con il logo animato di apertura al cinema. Poi le copertine di Alessandro Baricco in libreria, credo. Ora un capolavoro come Gomorra ne mostra lo sguardo luminoso. Toccafondo da sempre si diverte a mischiare sensazioni, a confondere il tatto, l'occhio e la memoria a loro legati. Allora fotografie in bianco e nero che ricercano un passato, a mescolarsi coi colori che fanno invece immaginare mani e pennelli di un oggi che può incorniciarlo. Spesso utilizza vecchie pellicole ritrovate da archivi in disuso e in estinzione, le ritaglia, le incolla.
Toccafondo sa alleggerire, ironizzare, cercare un lato vivace che mostri la tristezza, qualora esista, o che sveli l'angolo rabbuiato dalle candeline della festa di compleanno.
Credo per questa sua innata capacità e voglia di giocare a nascondino, Gianluigi Toccafondo non è facile da seguire. Mostre, pubblicazioni, parentesi sul web, libri per l'infanzia, film. Sto tentando di pedinarlo ovunque lui si sguinzagli.
E butto qui qualcosa. Qualcosa di quel qualcos'altro che mi serve, che mi occorre, che cerco per non smettere di bisbigliare ancora e ancora Per fortuna.
(ecco alcune splendide "non-opere" del suo non-cinema non-pittura non-fotografia)
Ci son finita per curiosità e anche per una specie di dovere e piacere nel compiere cerchi che si devono chiudere: così, è stato un piccolo viaggio alla ricerca dello splendore del "niente" che mi ha portato a Bomarzo. Bomarzo sono 1615 anime arroccate, non lontane da Viterbo, nella terra vicina alle acque del Lago di Vico, che Ercole formò lanciando la clava e lasciandola precipitare nel fango, volendo dimostrare ai contadini la sua forza incomparabile.
Ma Bomarzo è soprattutto il Sacro Bosco. O come la necessità di accalappiare turisti ha rinominato, il Parco dei Mostri.Di mostruoso non c'è nulla. Tanto che il suo creatore lo chiamava invece della Maraviglia. Allora mi concedo perfino di sorridere nel ripensare alle ragioni di un nome e di un battesimo che scelsi cercando di trovare legami e segni precisi ed esplicativi per questo blog.
Il creatore fu il Duca Pier Francesco Orsini, detto e conosciuto come Vicino (1523-1585). Della sua epoca è più facile recuperare le storie di grandi scopritori, dei primi veri scienziati, di nobili condottieri, di pittori senza pari. Vicino Orsini non era nessuno. Tentò di essere guerriero, come la storia e la tradizione chiedevano. Ma non fu nè fortunato, nè coraggioso. Più volte fatto prigioniero, non sopportava l'idea di restare lontano dalla moglie, Giulia Beccaria, e dopo molti anni scelse di diventare cittadin de' boschie accanto alla sua donna di condurre le giornate secondo la filosofia epicurea del "vivi nascosto". Ma Giulia morì poco dopo. Vicino Orsini continuava a non essere nessuno. Cominciò a circondarsi di libri, di interessi, di domande. Voleva narrazioni di cose nuove saporite e stravaganti. Desiderava colori forti e vivaci come quelli etruschi e indiani. Fu anarchico, se mi si permette il termine. Di Dio rifiutò la provvidenza, gli emblemi e il papato, reputandolo meno del suo puzzar selvatico. Vicino Orsini fu dunque attratto dal gusto per il meraviglioso, il misterico, l'araldico.
Nel tempo di Boccaccio e Ariosto, della riscoperta della mitologia e dell'esplorazione del globo, il Duca volle questo giardino e lo volle custodito da creature ed epigrammi che nascessero dalla roccia e fossero tasselli da ordinare, nodi da sbrogliare, matasse da sciogliere.
Pare ci siano tre percorsi, tre possibili strade, perché tre furono le differenti fasi di costruzione. Una segue la moglie, Giulia. Ne segue l'amore, la vita, la mancanza, il dolore. Una seconda volle citare l'Orlando Furioso e per questo ogni animale, ogni invenzione diventa simbolica e intrisa di innumerevoli interpretazioni iconografiche: una gigante tartaruga a fianco di una affamata balena, orchi serpenti giganti. La terza scende negli Inferi: Medusa Cerbero e il Drago. La sirena bifida, i leoni, le tombe, le pigne, i pinoli, gli orsi. C'è anche una Casa Pendente, con pavimento che sale perché la dimora crolla. Inevitabile il capogiro. Si legge ANIMUS QUIESCENDO FIT PRUDENTIORovvero Prova ad acquietarti in questa dimora sbilenca, entra e vedi se ci trovi pace.
Gli storici dell'arte, i critici, gli esperti, gli studiosi ancora tentano di capire il significato di questo Sacro Bosco. Facilitandomi la presa di posizione e evitando di sbagliare, rischio di asserire che la meraviglia di questo parco è la meraviglia in sè. Il significato migliore sia allora la mancanza di significato. La risposta più esaustiva sia quindi il punto interrogativo.
Nel 1583, non lontano dalla morte, Vicino scriveva di essere ancor bono per li diletti de Venere... perché alle volte giova considerare e intendere una cosa come se fusse vera. E la Sfinge che si incontra subito dopo l'entrata al parco dice e dimmi poi se tante maraviglie sien fatte per inganno o pur per arte. Come per Aristotele, anche per Vicino Orsini la meraviglia divenne il motivo della conoscenza.
CHE OGNUNO VI INCONTRI CIO' CHE PIU' GLI STA A CUORE E CHE TUTTI VI SI SMARRISCANO
Forse non solo nel suo Sacro Bosco. Vicino mi avrebbe suggerito sussurrandomi all'orecchio: nella vita.
David Grossman Che tu sia per me il coltello Mondadori
ritornando
Come vinsi la guerra di e con Buster Keaton USA, 1926
po' e sia
Somiglia il mio amore a un capriolo o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia attraverso le inferriate. Cantico dei Cantici Antico Testamento, II 9