Leggo tra le pagine queste tre parole e ripenso.
Sua moglie, una signora timidamente gentile, rispettosa del silenzio, amante dell'ammirazione. Piccola. Non faceva altro che portare vassoi riempiti di bottiglie, bicchieri, bibite. E ancora dolcetti e biscotti. "È per voi, vi prego, è per voi."
Questa è la sorpresa dei ricordi ritrovati senza chiederlo, quasi per sbaglio, di soppiatto. Nella confusione del riordino di primavera scivolano per terra fogli da taccuino. La scrittura è la mia. E quello che mi stuzzica la memoria è un incontro, un racconto, una storia – la storia – e un uomo meraviglioso. Tognè d'Cai.

Lui è Antonio Pagani.
Sarebbe poesia se dicessi che è diventato cieco perché i ricordi gli bastavano e che comunque c'era molto ancora da guardare. Si diventa ciechi per vecchiaia, perché qualcosa muore. Non c'è poesia in questo.
Eppure nel 1945 finse la cecità e solo così si salvò dalla deportazione. Dopo 50 anni il buio è arrivato davvero, come a riscattarsi giocando un brutto scherzo. Ma la parola corre. E il suo orgoglio sbarluccica.
Di anni ne ha molti. È nato nel 1925. Ad Alfonsine, certo. Certo, perché qui vivo anch'io, dalla parte vecchia del paese, dalla parte dove c'era il Cafè d'Cai.Ora Tonino invece abita in un appartamento tranquillo a Cervia. Dal balcone si scorge il mare. "È bello qui in inverno quando non c'è nessuno" si permette la moglie.
Ma Antonio è concentrato. Vuole che un libro venga terminato. "Perché bisogna essere fieri" dice. Fieri di essere quello che si è stati. E fieri di quello che si è scelto di non essere.
Tonino, fin da piccolo, aiutava la famiglia nel Cafè d'Cai. La bellezza di questo bar erano forse il biliardo, il gelato, la radio-giradischi e i clienti.
"Me li ricordo ancora tutti i nostri clienti di allora,
potrei menzionarli uno ad uno con i loro soprannomi,
farei un elenco molto lungo,
ma temo che, se ne lasciassi indietro qualcuno, mi dispiacerebbe."
Il Caffè Victoria, detto Cafè d'Cai, era il ritrovo dove braccianti, contadini, muratori si incontravano a bere, mangiare e discutere.Era conosciuto come un nido di antifascisti.
Ma Antonio spiega che a quei tempi gli antifascisti erano tutti quelli che avevano un'opinione e che quindi parlavano e chiedevano e scambiavano pareri, sulla guerra, sul partito, sulla vita. Erano repubblicani, erano comunisti, socialisti, erano anche cattolici.
Ma non continuerò con le citazioni. Antonio Pagani quel libro è riuscito a finirlo e a pubblicarlo.
La Casa Editrice è modesta e si chiama La Voce del Senio, le copie erano 1000, ma la soddisfazione infinita. E in seguito lo si è anche regalato al mondo, copiandolo, incollandolo e lasciandolo vagare per il web.

Tonino si è ricordato di episodi veri.
Del suo essere stato bambino e poi ragazzo, durante una guerra di bombe, di occupazione, di morti.
Dei tedeschi, che non erano i crucchi che oggi possiamo criticare per la loro maniera di vestire. Allora erano carne e ossa e revolver in mano.
Non c'è sceneggiatura, non c'è copione. Non c'è la maestria di registi acclamati e nemmeno la distribuzione di chi può presentare e vendere ricordi.
Ma c'è stato e c'è quest'uomo che ha vissuto stralci di esistenza che io non saprei nemmeno inventare, se non rovesciandoci sopra una colata, una glassa di letteratura.
Sono rimasti pochi. Preziosi, rari.
Tengo ancora sul comodino gli appunti di quel giorno. Quel pomeriggio in cui strinsi la mano di un uomo semplice, che ha mani grandi e ricolme di lezioni, di paure, di decisioni.
Perché ne scrivo? La mia mano è esile e magra. Dentro ci tengo stretto anche Antonio Pagani.
Sulla porta, salutandoci, mi disse "Sono sicuro che sei bellissima". Le buone maniere che commuovono.
Ce lo tengo davvero stretto, Tognè.
E volevo presentarlo, ecco. Semplicemente.