23 aprile 2008

un gradde respiro priba di cobinciare.

Ho la fortuna di poter restare ore e ore in libreria per attendere che smetta di piovere.
Ho anche la fortuna di dovermi soffermare sul repa
rto bambini – un dovere mescolato al piacere, impepato di curiosità e mantecato con la sorpresa.
Ho infine la f
ortuna di riuscire senza troppo dolore a dimenticare le spese urgenti e necessarie per disperdere un piccolo risparmio per un piccolo libro.
Piccolo per le misure, per la taglia, per le pagine, questa volta. Ma coraggiosamente gigantesco nel suo timido approccio all'ironia, all'umorismo, all'illustrazione semplificata.
Parlo di IL NASO di Olivier Douzou. O di IL DASO di Olib
ier Douzou. Perché pare sia molto raffreddato. Otturato. E per lui niente Vick's VapoRub.
Così, oltre ad incontrare una casa editrice che già conoscevo e che già amavo, Orecchio Acerbo, stringo la mano ad un nuovo – nuovo per me – illustratore/scrittore francese (che a quanto pare si è occupato di molti di quei gradini che si possono chiamare arte).

Non so parlare di un naso. Men che meno di un daso. Non si può.
E dei compagni di ventura che dire? Una proboscide che robescia acqua. Il daso di un c
lown che torda a sorridere. Un becco e un grugno poi sturati. Un bottone che crede di possedere darici.
Una combriccola imbastita da un sogno o una bugia, citando Douzou che in un'ultima pagina ci lancia una corda e aspetta che noi ce la buttiamo sotto le chiappe per f
arne liana o altalena e andare a leggere un vero scrittore.











Infanzia Russia Disegni Paradosso Naso Grottesco 2008 Gogol Ottocento?
Sembrava già comicità. Poi la certezza di un buon connubio, dopo essere riuscita, in questa rete virtuale, a trovare il racconto di
Nikolaj Vasil'evič Gogol'.
Penso al mio Vick's VapoRub allora, che forse mi ha spinto a scegliere un daso tra gli altri titoli, che poi mi ha accompagnato da un nuovo autore, giovane e di talento, che mi riprometto di scartavetrare per trovare altri personaggi disegni colori tratti.

Mi sono ritrovata a leggere ad alta voce per rendere credibile me e le mie narici.
Sono finita nel 1835 in Russia per ricordarmi di quanto Gogol riuscisse ad essere filantropo nello scherzo.

Imparo anche che un cratere su Mercurio è stato a lui dedicato.


Pare a me allora di essere finita su altre orbite dopo una semplice annusata. Magnifico piccolo libro a due colori. Rosso e nero.

16 aprile 2008

just rub it on.

In sede di processo e sotto giuramento, il nostro naso sarebbe di certo un perfetto testimone. Preciso, puntuale, sicuro.
La memoria olfa
ttiva mi ha sempre sorpresa. Per come si intrufola tra i pensieri e ti riesce a descrivere il quando il dove il come e – col senno di poi – magari anche il perché.
Probabilmente non saprei decidere i 10 migliori film della storia, nemmeno le 10 canzoni che mi fanno commuovere all'istante.
Dovrei ragionarci, dovrei scegliere, dovrei scartare a malincuore.
Ma mi si potrebbe interrogare e beatamente risponderei, se la questione diventasse Quale odore nella vita, quale annusata ricordo meglio, con più veemenza, con gioia anche, con bastimenti carichi di significato: il Vick's VapoRub. Il gesto di mia madre a coccolarmi mentre il respiro mi abbandonava. Un tocco. E un profumo. Insostituibili.

Una settimana fa mi sono ritrovata in farmacia con i polmoni assolutamente e pienamente funzionanti.
Eppure ho chiesto il Vick's VapoRub.
Come si chiede un poco di cioccolata per il bisogno irrefrenabile di accontentar
e una "voglia". Come si cerca una carezza per guarire una mancanza. Mi sono sentita così sciocca, eppure così soddisfatta.
E mi sono chiesta Perché? Cosa del Vick's VapoRub? Con l'apostrofo o senza? Da dove è precipitato, da quale sponda delle invenzioni è comparso nella mia storia?

Senza nemmeno immaginarlo, mi si è aperto un mondo di aneddoti, fatti, curiosità, banalità che mi spingono a chiamare questa pomata "invenzione".
A Selma, in North Carolina, esisteva un farmacista di nome Lunsford Richardson, che scoprì il mentolo dal Giappone, che fece poi uno più uno, ci aggiunse eucalipto, canfora e estratti di trementina e chiamò questa crema in onore del cognato, il dottor Joshua Vick, un fisico della sua stessa città.




E svalangando le notizie e procedendo ancora oltre, scopro che quest'uomo nato nel 1854 fu sì un uomo di Chiesa, ma anche un rivoluzionario, che spingeva per l'uguaglianza tra bianchi e neri, che auspicava l'integrazione e che si batteva per il cambiamento. Già mi sarebbe bastato per tentare di prendere un colpo d'aria e spalmarmi la pozione con un sorriso. Ma nella ricerca di ritrovare il vecchio spot degli Anni Ottanta, continuo a rendermi conto che questo odore fa parte dell'immaginario e della memoria storica di un bel pezzo di umanità.



Allora forum di mamme che lo consigliano sotto i piedi dei bambini piccoli, per far scomparire la tosse notturna.
Ma soprattutto l'ingegnosa trovata del Paultons Park nello Hampshire che per impedire la guerra tra suricati (ne scopro non solo la denominazione ma anche il carattere aggressivo e la predisposizione alla territorialità difesa fino al combattimento mortale – Spike Lee dovrebbe prodigarsi per farne un documentario), ha pensato bene di spalmare Vick's VapoRub sotto i nasi di questi mammiferi.
Pare che la calma e la tranquillità ora regnino allo zoo, dove gli animaletti non odorano più il nemico, ma gustano il profumo lenitivo del mentolo.

Davvero decido quindi che questa crema sia riuscita a conservare un proprio potere attraverso le generazioni. Superando trasversalmente perfino le differenze tra le specie.
Per arrivare anche alla musica, dove si appropria anche dell'importanza del suono e diviene "parola". Franco Battiato, prima i suricati, poi le madri preoccupate, gli afroamericani aiutati, le memorie di bambina.
Immagino i milioni di magliette e canottiere fatte diventare sindone, per l'eternità stoffe unte a ricordare.
Un odore esatto. Non posso far altro che sorridere. E aspettare il prossimo starnuto.



11 aprile 2008

gallivant. vagabondare.

Se devo cominciare, allora decido di tornare indietro di un anno.
Fu nel giugno del 2007 che m'innamorai di Klipperty Kl
öpp.
Un uomo in bianco e nero, pazzo, vaneggiante e poetico, urlante, cavaliere galoppante senza destriero che correva disegnando forme infinite sulla terra infreddolita, soggetto/oggetto di uno splendido cortometraggio
installato al Centre Pompidou di Parigi per la mostra dedicata a Samuel Beckett.
Andrew Kötting ne era il creatore, un artista-videomaker, regista-autore che riusciva in 12 minuti e con una
Super 8/16mm ad avvicinarsi alle corde di Beckett e alle mie, sorprendendomi e lasciandomi addosso la voglia di vedere altro.
Con la paura diffidente di scoprire che quello splendore raggiunto da
Kötting con la ricerca delle parole semplici, con la capacità di trovare leggerezza, con la varietà delle tecniche utilizzate, poteva non ripetersi, mi sono comunque impegnata nella ricerca e, grazie alla distribuzione francese, tengo ora sul comodino la sua opera omnia che apprezzo ogni giorno di più.
Gallivant
è un documentario del 1996 che è riuscito a sbalordirmi senza tentare di strabigliar
e. E di questo rendo merito, quando invece raramente negli ultimi tempi riesco a trovare film che col poco, col sottile, col piccolo sanno toccare l'infinitamente grande.

video

È un viaggio.
Un vagabondaggio lungo 9.000 chilometri di costa. Tre mesi a circondare la Gran Bretagna con tutte le sue differenze. Un uomo dietro una telecamera, sua figlia malata della sindrome di Joubert e una nonna di 85 anni.

Sarebbero potuti essere gli ingredienti per uno smielato sbrodolamento di sentimentalismo e rivincita. Invece no. Invece no.
Kötting riesce a mostrarci i gradini che compongono una scala: un paese fatto di terra e di storia. Di abitanti, fatti di facce e sorrisi e gesti. E poi sì – certamente – di una bisnonna, di un nipote e di una figlia.
In questo bighellonare verso il ritrovamento di legami parentali, posso citare Hallsands in Inghilterra, dove le onde hanno distrutto un borgo che era sopravvissuto alle guerre mondiali.

E continuo immaginando Bolster, il gigante di St. Agnes, in Cornovaglia che si innamorò di Agnes e per poterla sposare accettò la sfida di tagliarsi i polsi e riempire di sangue l'incavo di rocce tra le montagne. Eppure ciò che gli sembrava una pozzanghera da colmare comunicava con il mare, il suo orlo mai raggiunto, il gigante morto d'amore esangue.
Kötting, Eden e Gladys incontrano il Galles e mi catapultano a Pembrokeshire in una cappella solitaria sul mare o ridono con una vecchia che si diverte a trasformare la sua faccia in una caricatura di pieghe, a Whiteheaven.
Imparo John Peel, una canzone tradizionale scozzese che possiede una storia bizzarra e interessante e arrivo in Scozia, a Oban, per sapere che il whisky da quelle parti è medicina per guadagnare coraggio.


Mi fermo anch'io con loro a fare pipì a Kyle of Lochalsh, dove Willy Jack, il custode dei bagni pubblici, ha incollato fotografie, disegni e lettere su piastrelle, water e sciacquoni trasformando un "nulla" disperso nel "niente" nella sua opera d'arte più riuscita.

E questa potrebbe essere la descrizione anche di questo documentario: un niente senza pretese che però sa rischiare il personale senza metterlo in mostra, che incuriosisce e fa sorridere, che commuove nella sua assoluta aderenza al vero, aderenza alla storia che ci ha sbattuti all'esistenza ancor prima dei genitori, aderenza alle generazioni che nascono, ce la fanno, forse si ammalano, di certo muoiono, ma che possono raccontarsi capirsi rivelarsi.

Cosa si fa quando si trova un film che merita di essere visto? Lo si consiglia?
Allora lo consiglio.
Cosciente che non esistano a quanto pare sottotitoli in italiano, cosciente del fatto che difficile sia trovarlo e che il mio comodino non possa far attingere tutti alla scoperta di Gallivant, io, semplicemente, lo consiglio.

08 aprile 2008

te 'l dirò con maraviglia.

Mi pare che il mio nome mi si sia appiccicato addosso con la perfezione del colore di un vestito che si accosta con precisione all'umore del risveglio.
Mio padre scelse la selvatica filosofia della radio libera bolognese che
spariva nello stesso anno in cui io nascevo.
Mia madre amò la poesia folle di Lewis Carroll, tutto ciò che attraversa gli specchi, il sorriso del gatto cialtrone nel Paese delle Meraviglie.

Mi sono ritrovata oggi a cercare parole per nominare un cominciamento.
Un piccolo inizio. Un inizio nascosto.
Quale titolo per un blog?

Poteva sembrare facile questione, eppure ogni parola importa, come un ingombro, come il peso specifico della carena di una nave che non deve affondare.
Ho imparato che ogni lingua possiede una propria storia, con prop
ri vocaboli, con proprie sfumature e non sempre la semplice traduzione riesce a disvelare tutto il sapore originario.

Alice in Wonderland.
Carroll pretendeva la confusione, l'indovinello, la bellezza del mistero e della curiosità che si srotola come un mantello reale.
Il Paese del Wonder.
Sì, della meraviglia, dell
o stupore, della sorpresa.
Ma anche della domanda. Del chiedersi. Del non sapere nell'atto di scoprire.

In italiano non riusciamo a restituire l'odore esatto di questa parola che in inglese possiede più sfaccettature.

Però quasi in maniera casuale, impa
ro che l'antico greco ionico riesce a superare le lingue anglosassoni e a partorire un concetto ancor più interessante.
Erodoto in Storie racconta di ciò che è δεινοσ-deinòs, meraviglioso (parola corrispondente all'espressione latina mirabile monstrum).
δεινοσ-deinòs definisce tanto qualcosa di "stupendo" quanto qualcosa di "terribile".

Erodoto scrive quanto viaggiare sia δεινοσ-deinòs, immensamente affascinante e allo stesso tempo decisamente angosciante, fastidioso.
Il grande storico greco ha una spiegazione logi
ca e decisa: nel mondo domina il δεινοσ-deinòs, nel mondo lo splendore e il disagio si sovrappongono, si mescolano e ci bisbigliano i segreti per farci un'idea di tutto ciò che ci circonda.


Torno perciò alla mia indecisione iniziale: quale titolo, quale battesimo per un blog?
E in un qualche modo faccio pace con le pretese e leggo e rileggo John Milton, che nel 1645 scriveva sonetti in italiano e indirizzava il IV all'amico Giovanni Diodati, dove qualche riga di poesia sembra fatta di δεινοσ-deinòs e wonder.

Ecco il perché di una parola, allora.

IV.
Diodati, e te 'l dirò con maraviglia,
Quel ritroso io ch'amor spreggiar solea
E de suoi lacci spesso mi ridea
Gia caddi, ov'huom dabben talhor s'impiglia.

Ne treccie d'oro, ne guancia vermiglia
M'abbaglian si, ma sotto nova idea
Pellegrina bellezza che 'l cuor bea,
Portamenti alti honesti, e nelle ciglia

Quel sereno fulgor d'amabil nero,
Parole adorne di lingua piu d'una,
E 'l cantar che di mezzo l'hemispero

Traviar ben puo la faticosa Luna,
E degli occhi suoi auventa si gran fuoco
Che l'incerar gli orecchi mi fia poco.



Diodati, te lo dirò con maraviglia / quell'io ritroso che era solito disprezzare l'amore / e ridere spesso dei suoi "lacci" / è caduto dove ogni gentiluomo alle volte si impiglia. / Non sono abbagliato nè da trecce d'oro nè da guance vermiglie / bensì da una nuova idea di bellezza / "pellegrina" che soddisfa il cuore / fatta di portamenti alti e onesti / e di quel sereno fulgore di piacevole nero delle ciglia / delle tante parole di lingua fiorita / e del cantare, che riesce a traviare la "faticosa" luna / cosicché dai suoi occhi esplode un fuoco tanto grande / che non serve a nulla tapparsi le orecchie. (traduzione mia)