14 ottobre 2008

Praha. Praga.

Sbaglierei.
Se scrivessi di Praga sbaglierei.
Sbaglierei i tempi dei verbi e le congiunzioni e gli avverbi.

Se la volessi disegnare diventerebbe un barbone ubriaco per strada con gli orecchini dorati luccicanti alle orecchie.

E sbaglierei ancora.
Se la volessi ricordare, Praga mi ruberebbe di tasca il pensiero e ne farebbe spiedino per le guglie dei suoi tetti rossi.


Ogni viaggio, ogni città diventa il vissuto. Quello che si è fatto esattamente con quell'odore nei paraggi, quello che si cercava precisamente con il vestito indossato, quello che si immaginava che si scontra con la pioggia che inzuppa le scarpe.

E per amarla, questa Praga, l'ho dovuta dimenticare.

Ho dovuto dimenticare quel suo finto sbarluccicare come di baldracca vestita a festa.

I cechi nel centro della città sono come i numeri giusti nell'ampolla dei biglietti vincenti alla pesca della Festa de l'Unità. Introvabili.

Praga pare così una magnificente fattoria pulita ripulita lucidata e rilucidata per gli eserciti di turisti che ne fanno meta prediletta per vedere l'Europa dell'Est senza spaventarsi troppo nel vederla davvero.

Tetti rossi.
Guglie impreziosite dalle cartoline che ne fanno clic
remunerativi.
Ponti servizievoli.
Un fiume silenzioso.
Una lingua inginocchiata per rispondere Thank you anche quando non dovrebbe.

Caffetterie pazienti che si mascherano per gli americani i francesi gli italiani i tedeschi.

Eppure.
Sono introvabili, ma ben nascosti.
Bevono. Buona birra. Sorridono col naso che li precede. Ed escono presto, molto presto, la mattina verso il lavoro.


Li immagino nelle periferie non troppo decentrate di questa loro capitale che hanno offerto ai migliori offerenti come una piccola Venezia dei balocchi.
Ben nascosti però camminano per il parco della città.

Un parco splendido per la vecchiezza di alberi, tra cui salici piangenti dalle lacrime quasi centenarie.
Splendido per i pavimenti rovinati e i palazzi antichi in scioglimento. Ciò che ricordavo dell'Europa dell'Est.


Lenti, i cechi. Lenti e gentili. Mi hanno mostrato nel loro mutismo il carattere di un popolo che educatamente e poeticamente fa le rivoluzioni.


Che ascolta.
Che ascolta un certo Leonard Cohen che parla loro all'arena ghiacciata per l'hockey.
Ho rabbrividito di ammirazione nell'ascoltare il grido di un pubblico che sorrideva a un uomo che diceva loro I've tried to leave you, I don't deny.
Che applaudiva al verso I was born with the gift of a golden voice.
E che urlava Than we take Berlin con consapevolezza, certezza e piacere.
Ho rabbrividito di soddisfazione.



Così dopo aver dimenticato ora ricordo dove sta la bellezza a Praga.
In David Cerny che ha sconq
uassato l'idea di etichetta e ha fatto della scultura una maniera per dire.
Il cavallo della imponente statua equestre di Piazza Venceslao stramazzante e legato come un maiale pronto per il salame.
E San Venceslao imperterrito nel suo domare un ridicolo ostaggio.
Come tante altre sue creazioni sparse per la città.


In Vilém Kropp che ha fotografato la bella Praga dagli anni '50 agli '80 e me l'ha mostrata senza pretese, con pellicola in bianco e nero e ancora in silenzio.

Nelle kavarny, nelle caffetterie, dove la birra non pizzica la lingua ma si fa bere. Dove si può ritrovare la gente.
La gente di Praga.

In Bankrot. Un magazzino nel centro storico.
Un magazzino squallido che vende chincaglieria cinese, dai calzettini a 3 corone alle fotografie di Batistuta inquadrate come santini da appendere sopra il water.
Un magazzino dove si ascolta a loop una voce registrata, un invito a entrare, comprare, spendere.
Una voce in tutte le lingue.
E una traduzione in italiano talmente sbagliata da diventare un non-sense perfetto, che mi ha fatto ridere tanto da farmi scordare le paillette per i turisti.


Praga si nasconde.
Gioca a nascondino, come facevo io da piccola.
Amavo cercare cunicoli da conquistare nelle case in costruzione vicino alle campagne e restarmene ammutolita per resistere e vincere.

Così immagino Praga nascondersi nei passaggi che solo lei conosce, lasciando gli scatti per le macchinette digitali a noi conquistatori di banconote ceche.
Immagino Praga attendere il suo momento per cantare di gioia Than we take Berlin o finalmente Tana Liberi Tutti in una vittoria che solo lei capirà.





2 commenti:

diego ha detto...

Credo che raccontare questa città nel nuovo millennio sia una bella impresa. La tua lo è stata, ho letto con piacere.

A Praga ci sono stato per un torneo internazionale di calcio giovanile, quando quel Batistuta iniziava a segnare a raffica nella Fiorentina. Il Muro era caduto da 4 anni ed io ne avevo più o meno 14. Alloggiavamo in un immenso condominio asettico nella prima periferia, ce n'erano tanti altri uguali in quel quartiere che portava il nome di un numero.

Ho sempre pensato di non aver capito troppo di quella città. ora comincio a pensare di aver capito più di quanto abbia sempre creduto. Vorrei tornarci.

: alice; ha detto...

Non si capisce nulla di Praga in effetti trascorrendola velocemente. Si capisce solo che non la si capirà così.
Questo gioco di verbi e tempi solo per dire, Diego, che sta altrove. Praga sta a Praga ma altrove, e sarebbe bello riuscire a bisbigliare un giorno Tana Praga! o come si dice ad Alfonsine Sec Praga!