Non esco dal cinema. Perché già sotto le stelle, e perché non è un cinema. Respiro. Mi occorre un tempo di "deposito arrabbiatura e disagio". Non so parlare. Non riesco a mescolare frasi semplici come Vorrei bere una birra con il mio umore. Una birra diventa piccola stupida troppo lussuosa inezia in rapporto al dolore che mi è appena stato mostrato.Allora respiro. E oggi scrivo.
Giardini Speyer. Davanti alla stazione, a Ravenna.
Una distesa di erba, sotto vecchi alberi, accanto ad un palazzo troppo stanco.
Qualche decina di sedie improvvisate e infilate per – e grazie a – il Festival delle Culture. Un telo, un proiettore, due casse acustiche.
Vicino, il marciapiede per chi cerca i binari e le rotaie, o per chi sceglie una panchina per far incontrare lingue differenti a salutarsi: qualche metro quadrato di mondo, un piccolo appezzamento di africani, badanti rumene e polacche, solitari, vecchi. Per l'occorrenza due vigili urbani. Credo la chiamino "prevenzione". Che dove ci sono loro, bisogna fare attenzione, bisogna prevenire, di questo vogliono convincere. Spero che a quei due "arruolati" sia rimasto un poco nel respiro, questo film.
COME UN UOMO SULLA TERRA. Respiro e ripeto: come un uomo sulla terra.
Un film-documentario sui migranti africani, "fatto" dai migranti africani.
Per gli italiani, i migranti sono i barconi carichi fino al midollo che conquistano Lampedusa, tra un TG e l'altro.
Oppure sono quelli che non ce la fanno, allora Beh allora ci spiace, in fondo son uomini ma. Il servizio successivo sarà su Kaka che forse resterà al Milan se ben strattonato per la manica dal nostro Presidente del Consiglio. No, minuscolo: dal nostro presidente del Consiglio. No, correggo: dal presidente del Consiglio.
Un film documentario di 60 minuti di storie.
Migranti che raccontano. E non Lampedusa. Non il benvenuto in Italia. Non le "sublimi crociere" sul Mediterraneo. Migranti che raccontano i loro nomi e cognomi, che raccontano le ragioni di una terra nativa abbandonata, che raccontano il viaggio che li avvicina alla luce di una possibilità per sopravvivere, la fatica i soldi la paura la violenza la schiavitù le cicatrici il disumano per arrivare in Libia, da dove poi lasciare un continente amato ma martoriato.
Che raccontano la Libia e le sue prigioni, che raccontano la Libia finanziata da Italia ed Europa per inventare quelle prigioni, che raccontano cosa sono i container, cosa è un deserto, cosa la sete, cosa l'insensata voglia di morire, cosa la polizia trafficante e cosa i trafficanti polizieschi, cosa la mancanza di sogni.
Facce che guardano. Facce che non sanno se riescono ancora a sorridere. Facce che vivono. Facce che dicono. Persone. Come un uomo sulla terra, di Riccardo Biadene, Andrea Segre, Dagmawi Yimer.
Uno splendido e semplice film, premiato e menzionato, finalista anche al Premio David di Donatello, ma non distribuito – perché compriamo gas e petrolio dalla Libia con lo sconto, chi può avere il coraggio di distribuirlo? – che sta riuscendo a srotolarsi sugli spettatori grazie a festival e iniziative private.
Qui il calendario.
Nulla devo aggiungere. Nulla posso aggiungere.
Niente sapevo di tutto ciò che ho imparato grazie a questo film.
Ciò che è in mio potere è far si che un film sia un'eredità che lascio in giro, per un dopo. Molliche di pane per ritrovare un sentiero che mi appartiene.
E tento allora di fare un poco di informazione. Senza TG e senza Kaka. Senza il minuscolo.
Dunque questo film, prodotto da Asinitas Onlus, che scopro così e che già amo. In collaborazione con ZaLab.
Infine, ecco il grazie di Dagmawi Yimer – Dag, che è stato migrante, che quell'atroce viaggio ha compiuto, che si è occupato di questo film come per far vibrare le corde vocali, per conservare ancora un'opinione e per dar voce ai muti.Vi dico una cosa
solo che sono talmente sodisfatto, fiero, fiero personalmente e mi sento un grande sollievo per quanto riguarda il contribuito che ho fatto per quei miei amici che stanno in guai ancora.
Sono anche libero (innocente storicamente). Non so se mi avete capito bene. Mi disturbava dentro di me una voce che mi accusa colpevole (guilty) e adesso con tutto il vostro lavoro, la vostra volontà e dedicazione non c'è più quella voce, sono anche libero e innocente come un uomo sulla terra. Per me questa è la giustizia: dare voce a quelli che non hanno il potere.
Un abbraccio forte a tutti
dormo... dormo...
e certo che mi sveglio di nuovo.
E io dico grazie.
Mi chiedo cosa costi l'umanità. Cosa costa aprire occhi e orecchi e capire, e correggere?
Costa vergogna.
Mi arrabbio così profondamente da non riuscire a trovare vocali e consonanti.
Poi guardo questi uomini e queste donne.
E allora ricomincio a respirare.



















































