4 giugno 2009

come un uomo sulla terra.

Non esco dal cinema. Perché già sotto le stelle, e perché non è un cinema. Respiro. Mi occorre un tempo di "deposito arrabbiatura e disagio". Non so parlare. Non riesco a mescolare frasi semplici come Vorrei bere una birra con il mio umore. Una birra diventa piccola stupida troppo lussuosa inezia in rapporto al dolore che mi è appena stato mostrato.
Allora respiro. E oggi scrivo.

Giardini Speyer. Davanti alla stazione, a Ravenna.
Una distesa di erba, sotto vecchi alberi, accanto ad un palazzo troppo stan
co.
Qualche decina di sedie improvvisate e infilate per – e grazie a – il Festival delle Culture.
Un telo, un proiettore, due casse acustiche.
Vicino, il marciapiede per chi cerca i binari e le rotaie, o per chi sceglie una panchina per far incontrare lingue differenti a salutarsi: qualche metro quadrato di mondo, un piccolo appezzamento di africani,
badanti rumene e polacche, solitari, vecchi. Per l'occorrenza due vigili urbani. Credo la chiamino "prevenzione". Che dove ci sono loro, bisogna fare attenzione, bisogna prevenire, di questo vogliono convincere. Spero che a quei due "arruolati" sia rimasto un poco nel respiro, questo film.

COME UN UOMO SULLA TERRA.
Respiro e ripeto: come un uomo sulla terra.

Un film-documentario sui migranti africani, "fatto" dai migranti africani.
Per gli italiani, i migranti sono i barconi carichi fi
no al midollo che conquistano Lampedusa, tra un TG e l'altro.
Oppure sono quelli che non ce la fanno, allora Beh allo
ra ci spiace, in fondo son uomini ma. Il servizio successivo sarà su Kaka che forse resterà al Milan se ben strattonato per la manica dal nostro Presidente del Consiglio. No, minuscolo: dal nostro presidente del Consiglio. No, correggo: dal presidente del Consiglio.

Un film documentario di 60 minuti di storie.
Migranti che raccontano. E non Lampedusa. Non il benvenuto in Italia. Non le "sublimi crociere" sul Mediterraneo.
Migranti che raccontano i loro nomi e cognomi, che raccontano le ragioni di una terra nativa abbandonata, che raccontano il viaggio che li avvicina alla
luce di una possibilità per sopravvivere, la fatica i soldi la paura la violenza la schiavitù le cicatrici il disumano per arrivare in Libia, da dove poi lasciare un continente amato ma martoriato.



Che raccontano la Libia e le sue prigioni, che raccontano la Libia finanziata da Italia ed Europa per inventare quelle prigioni, che raccontano cosa sono i container, cosa è un deserto, cosa la sete, cosa l'insensata voglia di morire, cosa la polizia trafficante e co
sa i trafficanti polizieschi, cosa la mancanza di sogni.

Facce che guardano. Facce che non sanno se riescono ancora a sorridere. Facce che vivono. Facce che dicono. Persone.

Come un uomo sulla terra
, di Riccardo Biadene, Andrea Segre, Dagmawi Yimer.
Uno splendido e semplice film, premiato e menzionato, finalista anche al Premio David di Donatello, ma non distribuito – perché compriamo gas e petrolio dalla Libia c
on lo sconto, chi può avere il coraggio di distribuirlo? – che sta riuscendo a srotolarsi sugli spettatori grazie a festival e iniziative private.
Qui il calendario.

Nulla devo aggiungere. Nulla posso aggiungere.
Niente sapevo di tutto ciò che ho imparato grazie a questo film.
Ciò che è in mio potere è far si che un film sia un'eredità che lascio in giro, per un dopo. Molliche di pane per ritrovare un sentiero che mi appartiene.
E tento allora di fare un poco di informazione. Senza TG e senza Kaka. Senza il minuscolo.

Dunque questo film, prodotto da Asinitas Onlus, che scopro così e che già amo. In collaborazione con ZaLab.

Infine, ecco il grazie di Dagmawi Yimer – Dag, che è stato migrante, che quell'atroce viaggio ha compiuto, che si è occupato di questo film come per far vibrare le corde vocali, per conservare ancora un'opinione e per dar voce ai muti.

Vi dico una cosa
solo che sono talmente sodisfatto, fiero, fiero personalmente e mi sento un grande sollievo per quanto riguarda il contribuito che ho fatto per quei miei amici che stanno in guai ancora.
Sono anche libero (innocente storicamente). Non so se mi avete capito bene. Mi disturbava dentro di me una voce che mi accusa colpevole (guilty) e adesso con tutto il vostro lavoro, la vostra volontà e dedicazione non c'è più quella voce, sono anche libero e innocente come un uomo sulla terra. Per me questa è la giustizia: dare voce a quelli che non hanno il potere.
Un abbraccio forte a tutti
dormo... dormo...
e certo che mi sveglio di nuovo.


E io dico grazie.

Mi chiedo cosa costi l'umanità. Cosa costa aprire occhi e orecchi e capire, e correggere?

Costa vergogna.
Mi arrabbio così profondamente da non riuscire a trovare vocali e consonanti.

Poi guardo questi uomini e queste donne.
E allora ricomincio a respirare.

23 aprile 2009

kata-kumbes: sotto profondità. Palermo.

Di cosa devo scrivere? Di cosa?
Cos'era quella maraviglia di cui dovevo scrivere? Eppure.

Mi par di ricordare che.
Eppure c'era qualcosa di cui dovevo assolutamente scrivere.
Mi sembra di avere in mente perfino le parole esatte già
scelte e appese al filo con le mollette. Ma.
Cosa?

Ho trascorso lunghi momenti bizzarri ostacolati da una
memoria labile. Per ragioni tangibili e tanto vere da sbigottirmi. La dottoressa dice Prendi tempo, concediti pazienza e tornerai a ricordare, la memoria si rifarà vivida e non sprecherai più sensazioni innominate.

Non impiegherò queste finte pagine per raccontare di come si possano fabbricare dimenticanze. Le impiegherò per scrivere ciò di cui la mia mente andava farneticando. Cos'era quella maraviglia?
È questo il titanico potere di carta e penna. Questo l'immenso regalo che sa restituirmi un taccuino da viaggio che ancora ho l'abitudine di infilare nella borsa ogni giorno.
Rileggo i miei appunti e ricordo.

Nel novembre del 2007 sono partita in solitaria per Palermo.
Mia abitu
dine per disabiturami, quella del viaggio in assolo.
Scelsi Palermo per l'assoluta mancanza di appiglio: non conoscevo nessuno
laggiù, pochissimo sapevo della città, niente mi spingeva a raggiungerla.
La dir
ezione doveva essere Sud.
Allora fu la Sicilia, e dell'isola fu la Signora.


Capitale di contrasto che echeggia di un mondo arabo mescolato alle fogne, di una terra contadina adornata a matrimonio reale. Feroce e fiera. Sanguigna.
Più di una vo
lta la testa ha girato, ricordo. Per sorpresa, non per paura. Per esagerazione, per sbrodolamento, per incessante sciabordio. Un pezzo di vitello accettato al mercato del Capo che lasciava scivolare il sangue sulle mie suole. Una dozzina di uomini che in silenzio fermavano una palla per osservare la mia traiettoria. Le strade gonfie di odore – sempre uno, sempre quello, di mandorle bruciate nell'olio di frittura di pesci spada.
E poi, le catacombe.
Le Catacombe dei Cappuccini.

Ecco di cosa volevo scrivere.


A Palermo la periferia si mescola al centro città senza chiedere il permesso.
Quartiere Cuba
. Pochi turisti.
Giornata calda e assolata. Lavorativa.
I ragazzini giocano nei pochi prati rovinati. Il cimitero della Chiesa di Santa Maria della Pace ancora vestito a festa per Ognissanti appena trascorso. Una donna urla. Grida
un saluto a un vecchio a lei a fianco, che risponde con voce imperiosa e stanca.

Nell'Ottocento le catacombe erano meta preferita dai giovani aristocratici inglesi che fingevano il rischio nel Gran Tour esplorando la giungla e
uropea – fra tutti gli angoli, favorita l'Italia delle reliquie romantiche – per poter tornare in patria col petto gonfio di avventura e onore.

La mia strada ci era passata invece perché una simpatica touriste francese a colazione aveva esordito con Ça vaut le coup d'y aller. On a l'impression que c'es
t pas possible.

Si scende. Scendo. Sola. Muri bianchi. Soffitto basso.
Non ricordo chi vidi per primo. Eccoli. Eccoli tutti. Infiniti, tanti, quanti?
La guida dice più di 8000.
Non esiste un solo brandello di parete che respiri. Tutto è cadavere.
Centinaia si scaffalature fanno dei corrid
oi una biblioteca di resti umani.
Se non ci fosse il soffitto e poi la terra e poi il cielo, andrebbero oltre, ancora di più, al di là dell'oltre.
Ovunque, loro.

Barcollo. Capogiro.
Perché questa è la morte, vero?

Mi siedo, devo sedermi. Non so dove appoggiare un corpo ancora vivo.
Ovunque loro.
Faccio della mia borsa un vel
o di distacco e mi ci accascio sopra.
Ovunque, loro.
Risalgo allora lo sguardo.


La vecchia ha la testa girata e rimprovera ancora il figlio di non aver sposato la donna giusta.
I frati ancora pregano esausti di farlo.
Le vergini sono vestite di tutto punto e tentano di tenere gli occhi bassi, mentre
invece la sottana chiede interesse.
L'uomo dalla bocca immacolata chiede al vicino di tomba un'altra sigaretta.

Un rigattiere li ha portati qui. Per secoli.
Ne ha fatto mercatino, ne ha fatto incontro.
Allora tutto diventa un film.
Li sento sghignazzare.
Pare abbiano da ridire sulla mia faccia pallida.
Mi alzo e cammino. E scopro un mondo impeccabile. Irreprensibile. Inattaccabile.
Dario Argento non ha inventato nulla.
Tim Burton diventa un buffone.

Tecniche di imbalsamazione fino a quest'anno misteriose (pare che qualche mese fa un gruppo di studiosi grazie a tecnologie spagnole sia finalmente riuscito a capire) hanno fatto in modo che i corpi che dal '500 fino ai primi del '900 sono stati qui lasciati riposare, continuassero a vivere di scheletro e pelle e denti e vestiti e capelli.

Sono ora a dieci centimetri dall'alito deserto di una donna morta urlante. La cuffietta che indossa scricchiola vicino al grido di fatica che le è rimasto tatuato addosso nel trapasso.

Sono bambole vuote. Assenze.
I bambini diventano pupazzi travestiti. Non posso che considerarli grumi di ossa simili ad animali nelle teche di un qualche ridicolo museo. Eppure vite.
Tutto gioca ad essere stato vero.
Dove sono i pirati, i draghi e i fantasmi?
Chi di voi avrà il coraggio di muovere per primo le ossa e impaurirmi d'improvviso?

Ancora sbando. Mi siedo ancora. Controllo il tempo con i polpastrelli.
Tu-tum tu-tum tu-tum tu-tum.
Ma ancora la pace del niente mi consola. Tutti a dirmi di non lamentarmi.
Cuore veloce, certo, ma cuore!
Un'apertura, una piccola finestra proprio sopra la baratheca di Rosalia Lombardo – la piccola diva delle catacombe – mi mostra la linea sottile dell'asfalto verso la superficie.
Si sente la voce di un televisore.
Mi fermo. Ascolto. C'è la pubblicità. E scoppio a ridere.
Panthène Time Therapy
per non lasciare invecchiare i nostri capelli.

Adesso ricordo ancora il grottesco ironico pensiero che mi scorreva nelle vene ancora liquide.
Non siamo forse anche questo?
Un giorno "sarem
mo stati" anche questo.
Espressioni, abiti che coprivano corpi, bisbigli, segreti, sogni accartocciati nelle tasche dei pantaloni.
I Papi moriranno e finiranno a fare combriccola con gli operai.
Le vergini a solleticare l'orecchio dei bambini mai avuti.

I cantautori coi baffetti prenderanno a calci i dittatori coi baffetti.

Quello che resterà senza sembrare reliquia sarà davvero altro.


Quando sarò uscito da questa porta,
può darsi che anch’io esista solo nella mente di chi mi conosce.
J. D. Salinger, Teddy, in “Nove racconti”








6 marzo 2009

sei gorilla in tribunale. Ravenna.

Ho un problema con le fave. Non riesco ad amarle. Poi con le galline. Mi schifano, quasi mi inquietano. Ho un problema con gli ombrelli. Mal li sopporto. Con i cassetti aperti e le ante che non si chiudono. Soprattutto di notte. Mi impauriscono.
Potrei soffermarmi ancora un poco, concedere tempo al pensiero ed elencare altre faccende per cui svalango insofferenza ingiustificata. Mi chiedessero il perché, risponderei Non so.

Filosofando inventerei frasi con la parola atavico a far da protagonista, per discolparmi dal non riuscire a dare spiegazione logica.
Perché ci sono insofferenze senza scuse, senza ragioni. Questioni di pelle. Incapacità incomprensibili. Blocchi insensati.

La scultura. Le tre dimensioni della scultura. Mai sono riuscita a farle mie. O piuttosto, molto raramente.
Pronta a commuovermi davanti a un quadro, ad inginocchiare meraviglia di fronte ad una fotografia, a studiare la calligrafia come fosse incrocio di strade su cui riconoscere bellezza, mi sono sempre raggelata davanti alla scultura.

Perché? Non so.
La sensazione è sempre che gli oggetti comuni – dal paio di occhiali, al volto di donna, al fiore sul ciliegio, al vuoto – siano già la perfezione raggiunta, siano già il reale non interpretabile, il riassunto non sintetizzabile.
Nemmeno la scultura astratta, futurista, cubista solitamente mi emozionano.
Così, spesso rimango di stucco nell'imbarazzo che la terza dimensione mi inculca.

Oggi però qualcuno mi ha portato in gita al Palazzo di Giustizia, a Ravenna.
No, nessun avvocato, nessun giudice, nemmeno le loro tre dimensioni, ad aspettarmi. Nessun appuntamento rischioso.

Il palazzo è triste, algido, monocromatico e sbiadito. Il silenzio è infame e bugiardo. Una sola entrata per la corte interna, larga, ottagonale e grigia. Si varca un passaggio e ci si ritrova più piccoli.

Sei gorilla giganteschi intimano di prestare attenzione. Dimensione naturale. Colate di bronzo. Neri. Narici sprofondate. Sguardi differenti, posizioni in movimento, in riassetto. Sei gorilla dentro il Palazzo di Giustizia. Bellissimi. Bellissimi. Bellissimi.
Pare stiano per dirigersi verso l'uscita – che è l'unico ingresso. O sembra vogliano difendere nell'occupazione del suolo. O potrebbero voler fare due chiacchere. O cominciare invece l'invasione del mondo. O essere monito. O essere scherno.

Davide Rivalta, l'artefice. 1974. Di Bologna. I miei complimenti.
A informarsi un poco, si sc
opre il suo piacere nel rappresentare animali. Nell'usare il metallo o la vetroresina. Anche lo schizzo, l'impasto.
Perché? Non so.
Semplicità di un'idea. Coraggio nel proporla. Coerenza nel riprodurla.
Perché? Non so.
Perché dentro ad un tribunale – rinchiusi o liberati, in attesa o in aggressione, in difesa o in protezione – è sconcertante trovare sei grossi gorilla che osservano. Sbigottisce. Sbalordisce.

"Ho voluto dare forma ai sentimenti intensi, a volte brutali, che vivono in chi attraversa un tribunale" illustra Davide Rivalta.
"L'efficacia dell'opera nasce dal contrasto che si percepisce tra l'austerità immobile propria di un Palazzo di Giustizia e l'energia primordiale delle sculture" spiega la Procura di Ravenna.
Che non è affatto semplice tollerare sei gorilla che passeggiano là fuori, là sotto le aule di magistrati, gli uffici di avvocati, le sorveglianze di poliziotti. Io li trovo splendidi. Ma non è scontata la compresione di quest'ironia e di queste vicinanze – questi accostamenti.

Io però non posso non sorridere pensando a George Brassens, e poi a Fabrizio De André. Al loro gorilla.
E allora nulla ferma la carovana di personaggi che immagino colare in bronzo dentro la corte del tribunale: vecchine, nani, zingari, prostitute, condannati, marinai, preti.



Forse dunque bramo perché la scultura superi le tre dimensioni, le moltiplichi, le estenda, le sbrodoli. Perché esca dai contorni e mi lasci a curiosare tra i perché, senza bisogno di risposta, nella elementere accettazione di qualcosa di bello.
Sono ancora qui a chiedermi Che diavolo devono combinare sei gorilla dentro un tribunale?


24 febbraio 2009

Erri e Izet. Lettere fraterne.

Due uomini in otto lettere.
Quattro napoletane: l'arricciamento della lingua che sbatte laddove un paio di vocali tracciano i confini del porto. Erri.
E quattro bosniache: una dolcezza sibilante che viene accompagnata da quelle stesse vocali lungo uno scivolo che appoggia a terra. Izet.
Erri e Izet. Due uomini. Vino e acquavite. Lo stesso brindisi in lingue affacciate sulle rive opposte dell'Adriatico. E lettere, appunto. Lettere fraterne.
Moj brat.
Fratello mio
.

Di certe occasioni sono gelosa. Me ne starei zitta. Sì, ammutolirei. Gonfierei il petto per la gioia di aver scoperto ancora bellezza e nel silenzio soddisfatto, mi sentirei ricca.

Ma c'è un libro da regalare. C'è anche chi l'ha scritto donandolo al mondo. Allora io lo regalo di nuovo, come se potessi immaginarmi archeologa di parole, scavatrice di antiche intenzioni, ereditiera di una storia che mi è stata raccontata e che allora continuo a tramandare, come un tesoro che deve scalvalcare il tempo.

Lettere fraterne
di Erri De Luca e Izet Sarajlić. Dante&
Descartes Edizioni.

Amo da molto tempo Erri. Credevo di aver letto tutto di lui, dai romanzi, alle poesie, ai testi tradotti dall'ebraico. Invece mi mancava la sua Jugoslavia, la sua Bosnia, la sua Mostar, la sua Sarajevo. E la guerra che dal 1991 fu di tutti.

Erri De Luca è un uomo che scelse di guidare un furgone di aiuti ONU. Che conobbe un popolo fatto di popoli, fatti di mani, fatte di civiltà.
Erri è un uomo che si fece amico un altro uomo, Izet Sarajlić. Poeta nato nel 1930 e morto nel 2002 che ha conosciuto l'Italia delle bande nere che nella seconda guerra mondiale gli uccisero il fratello, l'Italia dell'amato Alfonso Gatto, l'Italia di Aviano che spingeva i bombardieri nella rincorsa sulla Sarajevo dove durante la lunga guerra balcanica morì sua sorella, e anche l'Italia di Erri De Luca.

Eccolo, un libro piccolo e di una verità disarmante. Di u
n'amicizia tra uomini magnifici che restano uomini, che restano amici, che restano magnifici, ben oltre l'essere scrittori.

Io vorrei davvero parlarne. Vorrei ampliare una dissertazione finora concentrata. Vorrei farlo con gesti mimici che potessero descriverne il valore.
Ma non saprei come. Perché in questo malloppo di poche pagine ci sono un napoletano e un bosniaco che con semplici lettere che iniziano con un Caro e terminano con un Tuo mi hanno commosso di gioia, di rabbia, di sorpresa, di sollievo, di speranza.
Un libro capolavoro del niente che costruisce un'amicizia tra minuscoli giganti, un'umanità che ci rende umani e umanamente comprensibili.

Così Erri mi ha presentato Izet.
Di Izet ho cercato e aspetto di leggere Qualcuno ha suonato. Ma fuori commercio e in ristampa.
Poi le vie bizzare dei sentieri di montagna mi hanno fatto "incontrare" per puro caso - per semplice fortuna - chi cura non solo l'edizione di questo libro di poesie, ma anche u
na casa dove la poesia si incontra, dove le parole si danno il benvenuto e si salutano con stretta di mano.

Alla fine ripenso all'antica Jugoslavia, la Slavia del sud, che voglio imparare ancora, magari con un furgone.
Che sia un furgone senza aiuti in una terra senza barricate, che ho conosciuto in un'infanzia appannata.
Ne ricordo il mare. Brillava di paillettes mattutine per cui gli occhi si dovevano inchinare.
Ora vorrei conoscerne i fiumi.

16 gennaio 2009

Gaza. 2009. ancora.

Li faccio parlare. Loro non possono.
Ma io li faccio parlare tra loro.



AMOS OZ
Il sistematico bombardamento subito da parte dei cittadini di città e villaggi in Israele, costituisce un crimine di gu
erra e un crimine contro l'umanità.
Lo Stato di Israele deve proteggere i suoi cittadini. (...)
Il calcolo di
Hamas è semplice, cinico e malvagio: se innocenti civili israeliani vengono uccisi, perfetto. Se molti palestinesi innocenti vengono uccisi, ancora meglio. Di fronte a questa posizione, Israele deve agire con intelligenza e non in una esplosione di rabbia. (...)
estratto da un articolo scritto il 26 dicembre 2008


MARIO VARGAS LLOSA
Nessuno, a meno che non sia un terrorista o un fanatico, può trovare giustificazioni alla continua stretta criminale che Hamas eserc
ita sulla popolazione civile d’Israele. D’accordo.
Ma se si tratta di cercare le ragioni del conflitto non è onesto, a mio modo di vedere, fermarsi solo a questo (...)
Mi domando se qualsiasi Paese del mondo avrebbe potuto progredire e modernizzarsi nelle atroci condizioni in cui vive la gente di Gaza.
Non parlo per sentito dire, non s
ono vittima di pregiudizi nei confronti di Israele, un Paese che ho sempre difeso, in particolare quando era al centro d’una campagna internazionale orchestrata da Mosca che appoggiava tutta la sinistra latino-americana.
Ho visto le cose con i miei occhi. E ho provato nausea e indignazione per la miseria atroce, indescrivibile in cui languono senza lavoro, senza futuro, senza spazio per vivere, negli antri stretti e immondi dei campi profughi o in quelle città sommerse dalla spazzatura dove i topi scorrazzano sotto gli occhi pazienti dei passanti, le famiglie palestinesi condannate a poter solo vegetare, ad aspettare che la morte arrivi a mettere fine a un’esistenza senza speranza, completamen
te inumana.
Sono questi poveri infelici, bambini e vecchi e giovani, privati ormai di tutto ciò che rende umana la vita, condannati a un’agonia ingiusta proprio come quella degli ebrei nei ghetti dell’Europa nazista, quelli che, ora, vengono massacrati dai caccia e dai carrarmati d’Israele, senza che tutto ciò serva per avvicinare d’un solo millimetro la sospirata pace.
Al contrario, i cada
veri e i fiumi di sangue di questi giorni serviranno solo ad allontanarla, la pace, e ad alzare nuovi ostacoli e a seminare altri risentimenti e altra rabbia sulla strada dei negoziati.
estratto da un articolo scritto su El Pais e riportato da La Stampa il 13 gennaio 2009


ELIE WIESEL
Una leggenda cassidica racconta che il grande rabbino Baal-Shem Tov, il Maestro del Buon Nome, conosciuto anche come il Be
sht, si prodigò nella missione urgente e pericolosa di accelerare la venuta del Messia. Il popolo ebraico e tutta l'umanità erano troppo sofferenti, troppo afflitti da tanti mali. Dovevano essere salvati, e rapidamente.
Ma per aver tentato di interferire con la storia, il Besht fu punito: bandito insieme al suo fedele servitore in una lontana isola. Disperato, il servo implorò il suo padrone di esercitare i suoi misteriosi poteri, al fine di portare a casa entrambi.
"Impossibile", il Besht rispose. "I poteri mi sono stat
i tolti".
"Allora, per favore, dite una preghiera, recitate una litania, fabbricate un miracolo".
"Impossibile", il Maestro rispose: "Ho dimenticato tutto".

Entrambi cominciarono a piangere.
Improvvisamente il Maestro, rivolto al suo servo, chiese: "Ricordami tu una preghiera, una qualsiasi preghiera."
"Se solo potessi", disse il servo. "Anch'io ho dimenticato tutto".

"Tutto, assolutamente tutto?"
"Sì, ad eccezione..."
"Salvo che cosa?"
"Fatta eccezione per l'alfab
eto".
Al che il Besht gridò con gioia: "Allora che cosa stai aspettando? Inizia a recitare l'alfabeto e io lo ripeterò a mia volta...".
E insieme i due uomini in esilio iniziarono a recitare, all'inizio sussurrando, poi sempre più forte: "Aleph, Beth, Gimel, Daleth...". E ancora, ogni volta più vigorosament
e, più ardentemente; fino a quando finalmente il Besht riacquistò i suoi poteri, dopo aver riconquistato la sua memoria.
discorso al ricevimento del Premio Nobel per la Pace l'11 dicembre 1986


FABRIZIO DE ANDRE'
Ci si può trovare anche di fronte alla tragedia, magari alla tragedia altrui, anche se condivisa, in quanto fratelli o figli della stessa cultura.

È il caso di Sidone, Sidùn in genovese.
Sidone è la città libanese che ci ha regalato o
ltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche l’invenzione del vetro.
Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. Un grumo di sangue, orecchie e denti di latte, ancora poco prima labbra grosse al sole, tumore dolce e benigno di sua madre, forse sua unica e insostenibile ricchezza.

La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea.
dalla trasmissione RAI Mixer del 1984



LUI da Gaza


23 dicembre 2008

rue Myrha. prière.

Amo le parole. Amo spostarmi, muovermi, scoprire e affezionarmi.
Gironzolo spesso con un taccuino.
E ci sono due pezzi del mio mondo che hanno spinto più di altri la penna a inventare e i ricordi a depositarsi: Lisbona e Parigi.

Ho vissuto in entrambe – città femmine – e ho pagine di foglietti e linee di calligrafia che mi descrivono ancora, e precisamente, cosa incontravo.
E la sorpresa a ripensarci è che mai è stata la Tour Eiffel a Paris e mai Praça du Comercio a Lisboa a farmi esplodere la meraviglia in gola. Mai.
Sempre invece la bellezza fotogenica degli incontri casuali, una ragazza che costeggia il muro di notte a Cais do Sodré, una vecchietta che mi racconta della sua infanzia sull'electrico 14 a Bélem, i rumori e il vociare della Feira da Ladra, la puttana che scende le scale del mio immobile a Barbès, il bambino perso e ritrovato ai Jardins du Luxembourg, il clochard sulle rive della Senna ch
e mi chiede due monete.
Questo mi spinge a fissare parole sulla carta.


E rue Myrha.
Di rue Myrha, che è il cuore di Barbès – quartiere africano del 18esimo
arrondissement della capitale francese – potrei raccontare per anni, lungo linee trasversali che disordinano tempi e luoghi e momenti della vita che ci hanno avuto a che fare.

Potrei raccontare che fa paura. Può spaventare. Potrebbe essere una di quelle strade che obbligano lo sguardo di chi non le abita ad abbassarsi e farsi piccolo fino a tentare di sparire e passare veloce veloce.
Posso aggiungere che prostituzione e droga sono i migliori amici della notte. Ricordo di averla attraversata sola sotto stelle e luna e perfino loro parevano più nere e più ubriache.
Poi rue Myrha è fatta di case che crollano o muri che sono fatti crollare.
Di odori speziati che cercano di arrivare fino all'Africa, di merguez, di
polli vivi e uova fresche, di cous-cous, di sudore, di giacche vecchie e colori mescolati, di occhi bianchi e denti gialli.
E rue Myrha è stato il mio vendredi 14h30. Questo il souvenir più bello che ho di Parigi.

La preghiera su rue Myrha tutti i venerdì alle 14.30 del pomeriggio. La preghiera fuori dalla moschea. La prière per strada. La preghiera che invade e riempie. La preghiera sentita e voluta. La preghiera che se è vero che Dio vede tutto - anche il loro - allora sarà vista.

La moschea di rue Myrha è da sempre centro nevralgico della Goutte d'Or, che davvero è la zona di Barbès africana e per la maggior p
arte musulmana, capitale di tutto il continente nero a Parigi.
Nel 1995
l'imam Abdelbaki Sahraoui fu assassinato fuori dalla moschea e da allora i parigini e i loro presidenti cercano di avere opinioni, critiche e cambiamenti da proporre per "ordinare" rue Myrha. Le retate della polizia all'esterno dell'Olympic, locale in cui si organizzano ad esempio splendidi concerti senegalesi e ivoriani, sono un'abitudine tradizionale. Retate che mettono al muro sempre e solo i ragazzi neri che si ritrovano nei paraggi. A me non hanno mai fatto controlli. Nemmeno alla barista parigina, al turista americano, agli studenti di Bruxelles, ai musicisti di Marsiglia.

Ora racconto la mia rue Myrha.
Alle due del pomeriggio le serrande si chiudono. I negozi si sbarrano. Nessuno più compra, nessuno vende.
Tutti si incamminano verso la moschea, che è un caseggiato squallido e bianco, irriconoscibile in quanto luogo di culto.
Tutti sono tutti gli uomini. Delle donne non c'è traccia.
La moschea si riempie subito e allora è la strada.
Rue Myrha viene chiusa e diventa un magnifico mosaico di tappeti colorati. L'asfalto sparisce.
Le scarpe lasciano i piedi e si sistemano ai lati, vicino ai marciapiedi.
Gesti che diventano sacri perché in attesa: qualcuno tossisce, una mano si sposta, una gamba si piega. E silenzio.

Quando la preghiera comincia, la danza si sveste e una povera strada si fa palcoscenico di bellezza e rispetto e speranza.
I ritmi identici, l'alzarsi e l'inginocchiarsi intonati alle giacche e alle camicie.

La Mecca osserva e alla fine applaude.

Ancora in silenzio le scarpe riconquistano le direzioni verso i lavori, verso il vagare, verso la città che non è loro.


Io non so cosa sia la religione.
Non conosco la religione. Nessuna.

Spesso non la riconosco nemmeno, non riesco a distinguerla, a isolarla, a capirne la presenza.

Me ne rammarico.

Ma riconosco la bellezza, questo sì.

E insigno il silenzio di significato.

La preghiera di rue Myrha è bella, silenziosa e – credo - religiosa.


16 dicembre 2008

Murphy. Samuel. Beckett.

Mi chiedo perché non ci abbiano mai fatto sopra un film.
Me lo chiesi subito dopo aver letto l'ultima riga.
Mi risposi Tanto meglio, avrebbero sbagliato.
Il copione c'è, perfetto. I personaggi talmente intagliati nelle pagine da
vivere già di vita propria. Non servirebbero attori. Rovinerebbero tutto. Sarebbero finti. No, sarebbero troppo veri.

Murphy, di Samuel Beckett.

Lo lessi per sbaglio, per caso, perché la raccolta delle sue opere teatrali non era in biblioteca quando io non avevo uno spicciolo da spendere in libreria – qualcuno già la teneva sul proprio comodino in prestito a casa – e così incominciai a scoprire la prosa di questo immenso genio del tutto e del niente che tanto amavo per l'ammirazione che provo per coloro che sono maestri della sottrazione, dell'ironia, delle domande senza risposta, del nero.

Non amo le classifiche, non le so fare e raramente sono capace di stilare liste per far gareggiare film, libri, poesie, parole.
Quello non è mai meglio di questo. Questo è spesso fondamentale adesso ma domani sarà un ricordo. O il contrario. O viceversa.

Tuttora non posseggo Murphy tra i mi
ei volumi.
Ma posso ferocemente affermare che sia un cardine della mia letteratura.
A distanza di tempo, lo mantengo come fulcro di paragone per comprendere se un linguaggio, se una trama, se uno stile si dipanano sul mio gusto come Murphy era riuscito a fare.

Murphy. Mai sono riuscito a immaginarlo.
Un buco d'uomo. Samuel Beckett che si guarda e si scrive. Un pazzo. Un malato.
Una sedia a dondolo.

Non esisteva il pozzo profondo che oggi chiamiamo internet, ma oramai si possono trovare infinite informazioni su qualsiasi virgola di questo romanzo del 1935 che Beckett riuscì a terminare nel corso di qualche anno, quando ancora scriveva in inglese.
Ed è divertente sapere cosa ne pensano gli scacchisti dell'assurda partita che Murphy tenta di avere con il Signor Endon, paziente schizofrenico della clinica psichiatrica in cui Murphy lavora. Curiosissimo vederne le mosse e immaginare una sfida a scacchi studiata e mai avvenuta.

Ma non voglio raccontare nulla.
Non mi interessa far sapere che ho saputo.
Sono un poco figlia di Murphy in questo momento, un poco beckettiana, sono Molly, sono chi aspetta Godot, sono Godot.
Mi va di restare legata alla mia sedia a dondolo, in silenzio, a fabbricare il niente, per consigliare un libro.
Se deve essere Natale fra poco, questo è il mio regalo.

23 ottobre 2008

Photodiscovery. la fotografia che sbagliava.

Un gallo fotografato ritagliato e incollato può riuscire a scalare la Torre Eiffel, se la rimpicciolisco e la piego a sufficienza.
Amo giocare con immagini e pittura. Diventa un mio bisogno personale di far accadere l'improbabile. Così di tanto in tanto mi rifugio in biblioteca per raccattare grossi volumi da cui scegliere fotografie da riutilizzare.

Sono così capitata su Bruce Bernard e su PHOTODISCOVERY, raccolta da lui curata di 158 capolavori della fotografia dal 1840 al 1940 (edita nel 1981 da Garzanti).
Giornalista, fotografo, collezionista, esperto ed editore, Bruce Bernard scrive anche una splendida introduzione in cui tenta di stropicciare un poco l'elegia che aggroviglia l'idea di "una bella fotografia".
Non c'è allora colore migliore di un altro, non c'è dunque bianco e nero poetico, non c'è soggetto valido, non c'è errore infimo.
Della fotografia Bernard incornicia ciò che per me è sacro: "gli incongr
ui accostamenti e le incoerenti metafore", lo sbaglio, la sfocatura, la stampa non perfetta, il memento mori.
Quella squisita essenza che rende un attimo infinatamente prezi
oso e irripetibile, nella sua naturalezza, nella sua forzatura mal riuscita, nello scatto fuggente e nell'esserci involontario, nello sguardo imbarazzato, nella linea attorcigliata dell'inquadratura, nel Qui e ora e forse non perfettamente.

Convinta che la nuova era del digitale non debba essere accostata a quella della fotografia - pur riconoscendone il bisogno in questo tempo veloce e fatto di tastiere e schermi illuminati - amante delle stampe da pellicola pensandole oggetti che possono invecchiare come me e acquisire esperienza, mi violento qui e ora e "incollo" alcune delle immagini di cui mi sono innamorata.
Perché impressionanti, che mi hanno colto impreparata nell'essere impressio
nata, mentre qualcuno impressionava loro.

William Henry Fox Talbot - Inghilterra
La figlia del fotografo, Rosamund. 1843-44.
Stampa su carta al sale da negativo calotipico.


Albert Sands Southworth
e Josiah Johson Hawes - Stati Uniti

Ritratto di vecchia (non identificata). 1850.
Dagherrotipo.


William Collie - Stati Uniti
Il patriarca del Jersey a 102 anni e la sua pro-nipote. 1848.
Stampa su carta al sale da negativo calotipico.


Charles Simart - Francia
Nudo femminile. 1856.
Stampa su carta al sale
(ingrandimento d
a un piccolo negativo al collodio).


Charles Simart - Francia
Nudo maschile. 1856.
Stampa su carta al sale
(ingrandimento da un piccolo negativo al collodio)
.


Charles Piazzi Smyth - Scozia
Curiosi colti a loro insaputa, Novgorod. 1859.
Diapositiva per lanterna magica.

Anon - Gran Bretagna
Un vecchio reduce e la moglie. 1860.
Ambrotipo colorato a mano.


Julia Margaret Cameron - Inghilterra (nata in India)
Mary Hillier, la sua cameriera. 1867.
Stampa all'albume.


Anon - Francia
Donna grassa. 1876.
Stampa all'albume.


William Van Der Weyden - Stati Uniti
Uomo sulla sedia elettrica. 1900.
Stampa moderna al bromuro d'argento.


Edward Steichen - Stati Uniti (nato in Lussemburgo)
Rodin con la scultura di Eva. 1907.
Autocromia.


Barone Adolfo De Mayer - Inghilterra (nato in Francia)
Studio di balletto. 1912.
Stampa alla gelatina argento.


Alfred Stieglitz - Stati Uniti
Ellen Morton al lago George. 1915.
Stampa al bromuro d'argento.


Martin Munkacsi - Ungheria
Portiere. 1926.
Stampa al bromuro d'argento
dal negativo originale.



Anon - Francia
Le donne più grasse del mondo. 1930.
Stampa al bromuro d'argento
.

18 ottobre 2008

Wall-e.

Un cucchiaio che termina con punte a forchetta dove lo si mette?
Tra i cucchiai?
Tra le forchette?
In mezzo.


E se si dovesse conquistare l'amata e la sua curiosità spiegandole la poesia di un mondo scoperto, che poi è questo mondo, questo nostro mondo?
La plas
tica da imballo in cui si possono far scoppiettare le bolle e ridere del rumore.
Il cubo di Rubik sfaccettato di colori diversi, profili quadrati che si muovono senza scopo inutilmente per arrovellare la fantasia.
Un frullatore antico, senza spina e senza pulsanti, che gira, che gira veloce.
Una lampadina fulminata, il suo vetro che protegge un filo e pezzi di ferro.

E poi un film e la sua musica. Certo.
Lo fa un sollevatore terrestre di carichi di rifiuti, lo fa Wall-e.
Non mi impegno a introdurre Wall-e.
È magnifico nel presentarsi da solo. Conosce solo una parola: il suo nom
e.
La sua voce è dolcemente robotica e non come tutti sanno fare, la usa quando serve, solo quando serve.
Ma sbaglio. Due parole. Il suo nome e quello di Eve.
Non mi impegno neppure a raccontarne la trama. Milio
ni i siti, milioni i modi, tra cui il migliore sarebbe accomodarsi in poltrona e fingere di avere sette anni. Sto scrivendo di un cartone animato e mi sorprendo. Non è un manga giapponese, non è illustrazione iraniana, non è disegno al tratto francese. Disney. Me ne sorprendo.
Ma non è neppure un cartone animato in realtà. Sfumature poetiche e sottili.
Critiche acute che toccano infiniti aspetti del nostro "vero" passato, presente e futuro. Ambiente, consumismo, Stati Uniti, mancanza di vita pulsante nell'uso smodato della tecnologia, obesità nell'immobilità, appiattimento della cultura.




Ma sto usando paroloni. Lui si avvicinerebbe con una piantina germogliata e direbbe solo Wall-e.
Io lo fisserei negli occhi – perché, sì, sbatte le palpebre meccaniche e piagnucola e sorride – e ci riconoscerei una certa, non credo casuale, somiglianza con E.T.


Emotivo. Wall-e sviluppa così nella solitudine di una Terra da buttare la sua emotività, fatta di curiosità e domande, di wow che lo spingono a cercare ancora. Oggetti che poi conserva, riordina, ammira.
Robaccia, si direbbe.
Ma quant'invenzione può starci in quella robaccia...
Tutto pare avere più senso così. Un senso.
Anche Eve che sbarca pulita e impeccabile tra la sua polvere.


D'accordo. Ho pianto. Lo ammetto.
Non che sia interessante il mio lacrimare, questo no.
Mi chiedessero perché, avrei come Wall-e solo poche lettere, peraltro tipicamente romagnole, più precisamente della "cadenza" ravennate, da esternare: Cio
.
Che significa tutto e niente e che si potrebbe tradurre in questo caso con:
È capitato, Non potevo far altro, Mi è scappato, Come i bambini sì, Bello, Lo rifarei, Non me ne vergogno, Meraviglia.


14 ottobre 2008

Praha. Praga.

Sbaglierei.
Se scrivessi di Praga sbaglierei.
Sbaglierei i tempi dei verbi e le congiunzioni e gli avverbi.

Se la volessi disegnare diventerebbe un barbone ubriaco per strada con gli orecchini dorati luccicanti alle orecchie.

E sbaglierei ancora.
Se la volessi ricordare, Praga mi ruberebbe di tasca il pensiero e ne farebbe spiedino per le guglie dei suoi tetti rossi.


Ogni viaggio, ogni città diventa il vissuto. Quello che si è fatto esattamente con quell'odore nei paraggi, quello che si cercava precisamente con il vestito indossato, quello che si immaginava che si scontra con la pioggia che inzuppa le scarpe.

E per amarla, questa Praga, l'ho dovuta dimenticare.

Ho dovuto dimenticare quel suo finto sbarluccicare come di baldracca vestita a festa.

I cechi nel centro della città sono come i numeri giusti nell'ampolla dei biglietti vincenti alla pesca della Festa de l'Unità. Introvabili.

Praga pare così una magnificente fattoria pulita ripulita lucidata e rilucidata per gli eserciti di turisti che ne fanno meta prediletta per vedere l'Europa dell'Est senza spaventarsi troppo nel vederla davvero.

Tetti rossi.
Guglie impreziosite dalle cartoline che ne fanno clic
remunerativi.
Ponti servizievoli.
Un fiume silenzioso.
Una lingua inginocchiata per rispondere Thank you anche quando non dovrebbe.

Caffetterie pazienti che si mascherano per gli americani i francesi gli italiani i tedeschi.

Eppure.
Sono introvabili, ma ben nascosti.
Bevono. Buona birra. Sorridono col naso che li precede. Ed escono presto, molto presto, la mattina verso il lavoro.


Li immagino nelle periferie non troppo decentrate di questa loro capitale che hanno offerto ai migliori offerenti come una piccola Venezia dei balocchi.
Ben nascosti però camminano per il parco della città.

Un parco splendido per la vecchiezza di alberi, tra cui salici piangenti dalle lacrime quasi centenarie.
Splendido per i pavimenti rovinati e i palazzi antichi in scioglimento. Ciò che ricordavo dell'Europa dell'Est.


Lenti, i cechi. Lenti e gentili. Mi hanno mostrato nel loro mutismo il carattere di un popolo che educatamente e poeticamente fa le rivoluzioni.


Che ascolta.
Che ascolta un certo Leonard Cohen che parla loro all'arena ghiacciata per l'hockey.
Ho rabbrividito di ammirazione nell'ascoltare il grido di un pubblico che sorrideva a un uomo che diceva loro I've tried to leave you, I don't deny.
Che applaudiva al verso I was born with the gift of a golden voice.
E che urlava Than we take Berlin con consapevolezza, certezza e piacere.
Ho rabbrividito di soddisfazione.



Così dopo aver dimenticato ora ricordo dove sta la bellezza a Praga.
In David Cerny che ha sconq
uassato l'idea di etichetta e ha fatto della scultura una maniera per dire.
Il cavallo della imponente statua equestre di Piazza Venceslao stramazzante e legato come un maiale pronto per il salame.
E San Venceslao imperterrito nel suo domare un ridicolo ostaggio.
Come tante altre sue creazioni sparse per la città.


In Vilém Kropp che ha fotografato la bella Praga dagli anni '50 agli '80 e me l'ha mostrata senza pretese, con pellicola in bianco e nero e ancora in silenzio.

Nelle kavarny, nelle caffetterie, dove la birra non pizzica la lingua ma si fa bere. Dove si può ritrovare la gente.
La gente di Praga.

In Bankrot. Un magazzino nel centro storico.
Un magazzino squallido che vende chincaglieria cinese, dai calzettini a 3 corone alle fotografie di Batistuta inquadrate come santini da appendere sopra il water.
Un magazzino dove si ascolta a loop una voce registrata, un invito a entrare, comprare, spendere.
Una voce in tutte le lingue.
E una traduzione in italiano talmente sbagliata da diventare un non-sense perfetto, che mi ha fatto ridere tanto da farmi scordare le paillette per i turisti.


Praga si nasconde.
Gioca a nascondino, come facevo io da piccola.
Amavo cercare cunicoli da conquistare nelle case in costruzione vicino alle campagne e restarmene ammutolita per resistere e vincere.

Così immagino Praga nascondersi nei passaggi che solo lei conosce, lasciando gli scatti per le macchinette digitali a noi conquistatori di banconote ceche.
Immagino Praga attendere il suo momento per cantare di gioia Than we take Berlin o finalmente Tana Liberi Tutti in una vittoria che solo lei capirà.