20 agosto 2009

.אשה בורחת מבשורה

Un libro.
Un libro da me scelto può restare immobile, appoggiato al comodino per mesi. Può farsi assaggiare per qualche decina di pagine per poi essere riposto nello stesso giaciglio, spolverato periodicamente e guardato ogni mattina.
C'è un tempo giusto per ogni libro. Lascio sempre che quell'istante si faccia sentire, come un solletico fastidioso, nello sbatocchiamento sordo di una mancanza, con una telepatia da oggetto inanimato. Questo libro è capitombolato nella mia vita quando lui stesso ha desiderato. E nel bisogno più preciso e strepitante, a mia insaputa e con mia gigantesca sorpresa. Raramente so dirlo, difficilmente lo penso ma mi riservo il diritto di sospirare e sussurrare, ticchettando più gentilmente queste piccole dita sulla tastiera: capolavoro.
Insigno la parola capolavoro di un significato artigi
ano e operaio: un'opera ben fatta, che ha tutto il diritto di essere presa ad esempio dal maestro come paragone di elevata fattura e dall'allievo come meta a cui aspirare.

Non racconterò un libro. Non ne spiegherò la trama, non descriverò i personaggi, né tenterò di nominare lo stile dell'autore. Non etichetterò le pagine con un genere. Mai, niente di tutto questo.
I libri sono faccende magiche, sono marchingeni che hanno il potere di operare sui nostri organi a seconda del paziente sotto i ferri.
Questo capolavoro poi, davvero con decisione.
Potrebbe diventare per qualcuno un dermatologo alle prese con problemucci superficiali come nei potenzialmente pericolosi che però ci restituiranno la bellezza.
Per altri sarà un cardiologo feroce e schietto che troverà tutti i sintomi di una rara sindrome che ci farà soffrire. Col sorriso ci dirà che esiste una cura, sarà sufficiente cercarla.
Per altri ancora un capace medico senza specializz
azione che ascolta le lamentele e i dolori come fossero racconti ineluttabili, in silenzio e compostezza seduto di fronte.

Perfino il titolo non riesce a "collocarsi".
Una donna in fuga dalla notizia, all'incirca questa la traduzione dall'ebraico.
Until the End of the land, sarà in inglese (stranamente non ancora pubblicato).

A un cerbiatto somiglia il mio amore.

David Grossman, Mondadori.
Così in italiano.

Nessuna critica sulla scelta della traduttrice, che peraltro è in stretti rapporti di collaborazione con Grossman.
Da un verso del Cantico dei Cantici traspare la grande poesia che si respira in questo romanzo.

Io non voglio aggiungere altro.
È un capolavoro e io non sono né maestro né allievo.
Consiglio di non aprire l'ultima pagina per sbirciare come va a finire. Non va a finire.
Consiglio di lasciarsi dettare il tempo di lettura dallo splendore di questa storia.
Consiglio di lasciarne depositare
il sapore per imparare che milioni sono le corde che si intrecciano, tanti gli odori, infiniti gli aspetti e i punti di vista che riemergeranno in una lenta digestione.

Già amavo David Grossman per la sua miracolosa capacità di comprensione, di analisi, di attenzione, di grazia.
Dopo questo libro ne faccio un piccolo monumento di coraggio.

La mia indole poi spesso mi spinge a domandarmi e a cercare ancora un pò di più.
E visto che un libro non si disvela, nè si enuncia, nè si semplifica, ciò che mi rimane da fare è riportare, copiando e incollando come una modesta operaia della carta – o dell'etereo che dir si voglia di questo strumento - una commevente storia vera che David Grossman ha letto in occasione de
lla cerimonia per il conferimento della laurea ad honorem a Firenze, il 27 gennaio 2008:

"Si tratta della vicenda di un gior­nalista ebreo polacco di nome Leib Rochman.
Negli anni Trenta del se­colo scorso Rochman scriveva per un giornale in yiddish pubblicato a Varsavia.
Dopo lo scoppio della se­conda guerra mondiale fece ritorno alla cittadina nella quale era nato, Minsk Mazowiecki, situata a est di Varsavia, dove si attivò come "assi­stente sociale" tra gli ebrei del ghet­to, facendo meraviglie nel procac­ciare cibo agli affamati.
Nel 1942 sposò Ester, anch’ella nativa del luogo, e tre mesi dopo i nazisti ster­minarono la comunità ebraica. Dei seimila ebrei della cittadina ne ri­masero meno di venti.
Leib ed Ester, insieme con la so­rella minore di quest’ultima, riusci­rono a mettersi in salvo e a trovare rifugio presso una donna polacca il cui soprannome era "Ciotka", zia in polacco, un’anziana prostituta cor­diale e piena di vita. (...)
Nel suo salotto Ciotka costruì per Leib ed Ester una parete-nascondiglio, a poca di­stanza da quella originaria.
Leib, sua moglie e sua cognata vissero nell’intercapedine tra le due pareti per quasi due anni. A un certo pun­to decisero di portarvi anche Haim, il fratellino minore di Ester, tenuto prigioniero in un campo dei dintor­ni, e consegnarono a Ciotka del de­naro affinché si recasse al campo, corrompesse le guardie, liberasse Haim e lo conducesse da loro.
Ciòtka si mise in viaggio ma strada facendo bevve un po’, divenne alle­gra, passò accanto a una fiera, salì su una giostra, si divertì e quando finì di spendere tutto il denaro che aveva con sé tornò a casa senza Haim. Quella notte i tedeschi giustiziarono tutti i prigionieri del campo e anche Haim morì.
Quando Leib ed Ester vennero a sapere che Haim non era più in vita decisero di salvare un altro ebreo che, per quanto non fosse loro ami­co stretto, possedeva una vasta cul­tura ebraica e parlava la lingua della Bibbia. Poiché credevano che non fossero quasi rimasti ebrei al mon­do, ritennero indispensabile tenta­re di salvare chi potesse perpetuare lo spirito e la tradizione ebraica. (...)
Rimasero nascosti fino alla fine della guerra, quando poterono usci­re.
Leib Rochman era molto malato e debole. I cinque abbandonarono il nascondiglio e si misero in viaggio, senza sapere per dove. (...)
Ovunque andassero la gente li indicava e di­ceva stupita, in tono di scherno: ma come, sono rimasti così tanti ebrei?
Una notte trovarono rifugio in un campo di prigionieri vuoto, il cui re­cinto era stato sfondato, e lì trascor­sero la notte. C’erano giacigli e tavo­lacci e su quelli dormirono. La matti­na, al loro risveglio, scoprirono di es­sere nel campo di concentramento di Meidanek, liberato un paio di gior­ni prima dai russi, e di aver dormito sui letti dei prigionieri. Alla luce del giorno gironzolarono peri il campo e all’improvviso videro la Shoah.
Non sapevano esattamente che cosa fosse avvenuto negli ultimi due anni e ora vedevano davanti a sé mucchi di cadaveri e i cumuli di cenere di chi era stato bruciato. Non riuscivano a crederci: tutto era lì, sotto i loro occhi, eppure non riuscivano a capacitarsi che fosse succes­so veramente, che una cosa simile fosse stata possibile.
A quel punto si imbatterono in un gruppo di uffi­ciali e di guardie del campo cattura­ti dai russi. I soldati dell’Armata Ros­sa accerchiavano i tedeschi che sta­vano seduti al centro, prigionieri.
Così, nello stesso giorno, Leib e compagni videro le vittime e i carne­fici. I carnefici in carne ed ossa. Non qualcosa di astratto, un qualche sim­bolo del male. Lì, davanti a loro, era­no gli assassini che avevano messo in atto il piano della "soluzione finale".
Di colpo Leib Rochman non fu più in grado di sopportarlo. Corse verso un soldato russo e gli strappò di ma­no il fucile, con l’intenzione di spa­rare ai tedeschi. Fermo davanti a lo­ro prese la mira, ma non riuscì a pre­mere il grilletto. Quasi impazzì, urlò, odiò se stesso, ma non potè farlo. Allora gridò, in yiddish: Aufstein, Fallen! - In piedi! A terra!
I tedeschi, sicuri che stesse per ucciderli, fece­ro ciò che ordinava loro, terrorizza­ti. Scattarono in piedi e si lasciarono cadere a terra, più volte. Leib capì che non sarebbe riuscito ad am­mazzarli. Non sapendo cosa fare buttò via il fucile, si ritirò in dispar­te e scoppiò a piangere, a tossire e per la prima volta sputò sangue. Al­lora scoprì di essere malato di tu­bercolosi.
Leib ed Ester Rochman ebbero molte altre vicissitudini, attraversa­rono numerose nazioni e alla fine giunsero nella terra di Israele.
Si sta­bilirono a Gerusalemme ed ebbero un figlio e una figlia. Quest’ultima, la poetessa Rivka Miriam Rochman, è una mia cara e buona amica ed è da lei che ho appreso questa storia.
Leib Rochman fu giornalista del­l’emittente radio israeliana "Kol Israel" ma per gran parte della sua vita si dedicò alla scrittura. Pubblicò due romanzi e una raccolta di rac­conti che ritengo esempi meravi­gliosi di letteratura innovativa, profonda, che discende negli abissi dell’animo umano. Questa è la sto­ria sua e di sua moglie Ester."



Altro e ancora oltre, per fare conoscenza di un uomo che potrei chiamare grande:
> L'addio di Grossman al figlio: la nostra famiglia ha perso la guerra.
> Grossman non dà la mano a Olmert. Niente saluto al premier della guerra.
> David Grossman: Israele parli con Hamas.
> David Grossman a Fahrenaheit (Radio3) e Che tempo che fa (RaiTre)
> RaiNews24: David Grossman.




09 luglio 2009

hvala, Jugoslavia.

Dalle sceneggiature di Wim Wenders ho imparato che il tempo non è altro che vita.
Un altro nome che le diamo per tentare di misurarla, contenerla, toccarla, non farci spaventare.
In
ventiamo i tic tac, i prima, i dopo. Inventiamo i numeri, i battiti, il trascorrere. Da tempi infinitamente antichi.
Ci accapigliamo 2009 anni dopo la nascita di un bambino. Ci siamo divertiti a voler misurare un incedere universale e legarlo all'urlo del primo re
spiro di un uomo rivoluzionario. Ogni popolo conserva una tradizione simile, ogni popolo deve vivere dopo qualcosa, ogni popolo sceglie un albero, lo segna e da lì misura il suo cammino.

Quando una madre perde un figlio, ogni suo pensiero comincia con un prima/dopo quel giorno. Quel giorno in cui la vita svolta, si segna l'albero, l'aria cambia consistenza e si finisce una stagione.
Dopo 3000 chilometri di strade battute
da una piccola GPL rossa, mi rimane addosso l'impressione di aver conosciuto una grande madre thakla: la Jugoslavia.
Thakla. Traduzione fonetica nell'alfabeto occidentale per l'aggettivo arabo della lingua letter
aria ثكلى (l'occhio deve scorrere da destra verso sinistra), termine che ho imparato nella ricerca vana di una lingua che riempisse un gigantesco buco: madre che perde il figlio. Nessuna lingua occidentale ha mai avuto bisogno di questa parola. A pensarci, mi è sembrato assurdo.

La Jugoslavia. Terra che non posso frantumare. Terra che sembra vincere oltre le differenze dei suoi ospiti. Terra enorme, sempre diversa, che possiede una sola lingua e che pare voler mettersi a ridere delle numerose frontiere e discordanti monete che gli uomini hanno inventato per frapporre distanze.
Credo di aver dunque conosciut
o una madre che ha perso i figli, una Jugoslavia ثكلى che ha segnato la corteccia dell'albero e ha cominciato a ricordare tutto ciò che era prima e a guardare tutto ciò che è arrivato dopo.
Prima e dopo la guerra.

That fucking war la chiama Vedran mentre cerca due chiacchere in inglese. That fucking war, mentre scagliona ogni piccolo avvenimento e lo colloca in un prima e in un dopo that fucking war.
Vedran gestisce oggi un piccolo motel, che non gli appartiene, nella Mostar orientale, vicino al ponte vecchio, vicino ai bar, vicino alla g
ente.
Riesce a servire un caffè splendido, a sorridere con decisione mentre attende che la burocrazia svedese gli permetta di trasferirsi dalla fidanzata, là dove la gente è fredda ma dove c'è lei che dalla Bosnia è andata via molto prima e che ad
esso è informatica, un genio, e mangia carne continuamente ma ha la vita stretta come quella di una vespa e poi mi aspetta.
Accenna: avevo 27 anni. Ho dovuto essere soldato. Un campo di prigionia serbo, per un anno. Non potete immaginare. Continua:
Non potete immaginare, non voglio raccontare perché non si può comprendere, non si può immaginare. Rispondo: Non voglio sapere nulla, perché non posso immaginare.

Ed è così che continuerò a raccontare un viaggio. Sapendo che appoggia su un dopo.
La guerra non c'è più
. La Jugoslavia del prima neppure. Esiste un dopo che si fa coraggio e avanza e pensa al futuro prossimo.
Non sono voluta essere turista della guerra, non ho voluto ritrovare la sofferen
za.
I segni di quella fucking war sono
ovunque e continuano a ricordare che quella madre soffoca ancora le urla del dolore. Ma ho conosciuto una terra caparbia, verde, tenace.
Ho incontrato strade che si fanno largo nei campi ancora minati, ho ammirato signori che vendono miele accanto alle case impallinate da granate e pallottole, pecore al pascolo, donne col velo salutare vecchi sopravvissuti a tutto, ho attraversato paesi fatti di case che emergono con lentezza, senza int
onaco senza vernice senza primo piano, ma coi panni stesi ad asciugare, mentre ho riso degli scrosci violenti di pioggia che permettevano agli uomini in giacca e berretto di vendere ombrelli ai turisti.

Un viaggio.

Alfonsine (Italia)
---> Lago di Bled
(Slovenia)


Mi diverto a immaginare i Romani dividere un impero.
Riconosco nella storia le crepe di un oggi che cerca equilibrio.
Quello di qua, a sinistra. Quella roba là, a destra.
In latino, chiaramente.
Penso poi alle guerre mondiali, ai confini – linee rosse decise alle volte a tavolino come per scegliere il ricamo per una tovaglia di lino.
Comprendo poi il tentativo di Tito.
E mi dico che però la Slovenia è una splendida Austria che slabbra ver
so sud.
Pulita, impeccabile, serena, ordinata e sorridente.

Il lago di Bled ha l'acqua blu cobalto, alberi giganteschi, un'isola pittoresca.
Un trenino che gira tutt'attorno e che mia figlia ha adorat
o.

Lago di Ble
d (Slovenia)
---> Rogaška Slatina
(Slovenia)

Piove. Piove clamorosamente.
Con clamore.
Tragitto breve tra boschi e splendide strade montane per arrivare alle terme e all'hotel mille stelle che ci sta vicino. Sorrido. Prezzi alti e la loro convinzione di primeggiare per sfavillamento.
Invece le terme sono smandruppate e semplici, la tela del tavolo da biliardo strappata, in camera d'albergo il televisore ci saluta con caratteri da televideo colorati che ci scaraventano in una risata sincera.
Mi travesto da miliardaria con un solo abito buono e fingo di sapere cosa far
e, mentre sogno la Bosnia.

Rogaška Slatina (Slovenia) ---> Travnik (Bosnia-Erzegovina)
passando per Бања Лука-Banja Luka
(Bosnia-Erzegovina)
e Jajce
(Bosnia-Erzegovina)

Le frontiere. Passaggi affascinanti per la loro inequivocabile falsità.
Poliziotti che cercano di far trascorrere le giornate.
Appiedati che attraversano le linee per pacchetti di sigarette meno costosi.
File di automobili che si chiedono se per caso non hanno dimeticato di aver fatto qualcosa di sbagliato.
La Bosnia comincia con una frontiera
diversa.
A Bosanska Gra
diška, tutto sembra niente.
Gli zingari sanno dove andare, i cinesi sono approdati per installare un negozio, i colori sono più
intensi ma immensamente disordinati.
E cominciano le strade fatte di case mai finite, ma appena cominciate.
E pecore sulla griglia all'esterno di ogni ristorante, che girano e danno il benvenuto.

Avevo studiato – non facile comprendere le sfaccettature di storia slava – e sapevo che quella era un poco Serbia. Più precisamente Република Српска (Republika Srpska).
È qui che comincia la battaglia tra alfabeto romano e alfabeto cirillico.
È da qui che anche l'alfabeto si fa segno di una guerra che è passata, si fa arma per sfregiare.
Se tutti i cartelli stradali in Bosnia enunciano il nome di un paese sia in romano che in cirillico, i serbi cancellano il bosniaco (quello romano), i bosniaci can
cellano il serbo (il cirillico).

Banja Luka è la capitale della Republika Srpska in Bosnia.
Città solo intravista.
Mi è
parsa altera e "controllata".
Perché stia usando certi termini per descrivere un'impressione davvero non saprei spiegarlo. Mi si perdoni la probabile erratezza. Ma sono sapori che si appiccic
ano addosso, opinabili e sbagliati, corretti solo per essere appunto soggettivi.
Piove, diluvia.

Dopo aver intravisto Jajce, la sua cascata, le sue pietre, siamo stati costretti a scappare dagli esseri umani che avevano invaso la zona per un pellegrinaggio religioso verso una Madonna mai incontrata.
Migliaia di pers
one – anche scalze – che credevano di aver bisogno di esserci.

Abbiamo lasciato a loro la necessità e il paese e siamo scappati a Travnik dove un piccolo motel con panorama sui camion sfreccianti in strada ci ha accolti.
E finalmente eccola la Bosnia che mi è rimasta nel cuore.

Una donna musulmana coperta da un lungo velo nero chiacchera con un vecchio dalle mani stanche.

Il muezzin della Moschea Multicolore invoca la preghiera cantando.
Voci dolci che fanno crescere gli alfabeti, che insegnano le possibilità e che rompono i confini per approdare oltre l'Europa.

Sullo sfondo del paese collina e roccia. E cielo.
In cima al monte un antico castello. Un vecchio e il suo gatto ci chiedono moneta, che di resto da dare no
n ne hanno. Una signora con una tuta dal tessuto più sintetico della plastica ci apre il rudere di pietra chiara. Tutto sembra umanamente lento. Le attese, il ritmo del respiro, i saluti.
Poi una buona cena accanto alla casa di Ivo Andrić e una buonanotte.

Travnik (Bosnia-Erzegovina) ---> Sarajevo (Bosnia-Erzegovina)

Eccola.
Mentre Micheal Jackson moriva senza sapere più di esse
re un umano, la capitale bosniaca si mostrava nella incommensurabile bellezza di un miscuglio di genti, linee, parole che stanno cercando un riscatto e il riemergere dopo un'apnea insensata.
Ecco il mondo musulmano accanto alle radici ottomane, ecco gli scacchi accanto al bazar, eccoli i turisti infingardi farsi strada tra rumore e mercati.
E un fiume
.
Una piccola stanza nella Bašcarsija in una pansion di un ragazzo musulmano che non parla inglese, ma che sa essere di una gentilezza rara.
Il tram numero 3 per perdersi fuori città, nel mercato improvvisato di zingari e fumatori di sigarette economiche.
I venditori di ombrelli, felici dei continui piovaschi.
Una signora grassa e bionda, padrona di un locale m
agnifico, che serve lamponi come stuzzichini.
Ovun
que una stupefacente architettura "mischiata" che chiede a gran voce restauro e che prega di non dimenticare.
Perché ovunque anche i segni di un dolore immenso.
Rovine e macerie, buchi di pall
ottola e di granate. Palazzi interamente sventrati accanto a torri di vetro e acciaio sponsorizzate dalla grande economia.
Un museo che racconta la guerra nella maniera più sobria possibile. Un museo il cui edificio tiene scoperte le proprie ferite.
E anche i cimiteri – sempre.
Le tombe troppo pulite per poter essere cat
alogate come passato. Accanto alle turbe ottomane antiche. Anche i morti possono pensarsi meticci.
Nelle mani è stato un libro, che mi ha accompagnato commuovendomi, per tutto il tempo: Qualcuno ha suonato di Izet Sarajlic, poeta bosniaco.
Piove.


Sarajevo
(Bosnia-Erzegovina)
---> Mostar
(Bosnia-Erzegovina)

Della Bosnia ho amato le strade.
Sempre costeggiano un fiume, sempre lo accompagnano o si fanno accompagnare.
Ai margini venditori di espedienti.
Ragazzi giovanissimi cercano acquirenti per pomodorini appena raccolti. Oppure miele.
Le donne mostrano pelli di mucca, scarpe, pentole di rame.

I
prezzi sono piccoli e lasciano al passante, quale io sono stata, la sensazione di possedere troppo potere. Mentre si vorrebbe semplicemente seder loro accanto e spendere due parole, magari proprio per imparare un accenno di lingua differente.
Così è stata Mostar.
La storia di
un paese sta ancora urlando sofferenza.
1994 la data che ogni stele funerario porta addosso.

Al centro un ponte ricostruito che oggi divide un villaggio e ne s
epara il pianto.

A Mostar ho visto tutta la Jugoslavia.
A oriente le moschee e le preghiere cantate. La Casa Turca che ospita tartarughe anziane e tranquille.
Il venditore di pannocchie bollite che sorrideva senza denti.
Le case ancora sventrate.
Il centro di riabilitazione.
I musicanti gitani cacciati senza un motivo a me comprensibile.

A occidente gli abitanti croati e le rive più morbide della matrona Neretva che possono così ospitare ristoranti e caffè.
Piove.

---> attorno a Mostar
(Bosnia-Erzegovina): Blagaj

I dervisci credevano l'acqua elemento che arricchisce lo spirito.
Io non danzo arrotolandomi su me stessa, ma preparo una vasca quando ho bisogno di partire da zero.
Tekija
è il tempio cinq
uecentesco in cui i dervisci si isolarono, accanto a una delle sorgenti più ricche e abbondanti d'Europa, quelle del fiume Buna e conserva ancora un silenzio e una distanza dal rumore che commuove e spinge a muoversi rallentando il cuore.
Peccato esistano i pullman-pacchetto-vacanze di gruppi di donne rumene desiderose di fotografare il pelo della trota sguazzante.
Mia figlia ha riso del cartello che enumerava i divieti rispettosi del luogo di culto: vietato baciarsi.
Immagino i dervisci bisbigliare: vietato farsi vedere...

---> attorno a Mostar (Bosnia-Erzegovina): Počitelj

Il sole ci sorprende fra le pietre di questo villaggio arroccato sulla collina.
Un bambino vende frutta fresca o essiccata, dentro semplici coni di carta bianca.
Un silenzio totale.
Un serpente sul sentiero nella torre in cima a tutto.
Una bellissima vecchia ci porta un'insalata e acqua sotto il suo pergolato di vigna.
La magia del niente.


---> attorno a Mostar
(Bosnia-Erzegovina):
Cascate di Kravice


Difficili da trovare eppure così gigantesche. Cascate che non sanno se appartenere alla Bosnia o alla Croazia. Cascate che sgorgano e fanno dell'acqua pulviscolo.
Sta per piovere. E un motoraduno ci spinge a partire.

Mostar (Bosnia-Erzegovina)
---> Trebinje
(Bosnia-Erzegovina)

La strada che ricordo con più sorpresa.
In qualche ora, solo tre vacche, cinque pastori e due donne in attesa di un mezzo di trasporto.
Ancora questa faccenda di ritrovarsi in una repubblica più serba. Con la perenne consapevolezza di non sapere più le ragioni, qualora possano esistere, che fanno riconoscere le fazioni.
Colline più aspre, più secche. Cartelli di pericolo Mine.
Trebinje è una cittadina ordinata. Pare un luogo dove recarsi per le vacanze degli anni Cinquanta.
Ma sta per piovere.
Ora alla ricerca disperata di un poco di mare per dimenticare le nuvole.


Trebinje (Bosnia-Erzegovina) ---> Perast (Montenegro)

Ecco mi timbrano il passaporto. Etichettano l'auto. Siamo più all'estero dell'estero?
Piove. Diluvia.
Ma la costa croata a sud di Dubrovnik faceva paura per la rassomiglianza alla riviera romagnola.
La voglia di andare oltre ci ha spinti così a Perast, incredibile paese antico e conservato, affacciato ad un golfo monten
egrino.
Pare finto tanto è vero. Tutto sembra imbalsamato e buio. Poche le luci – è quasi notte al nostro arrivo – le porte nascondono interni di legno e pietra. Il mare soffia come il vento.
E sta per piovere.


Perast (Montenegro) ---> Dubrovnik (Croazia)

Venezia è bella quando cala la notte. Quando i turisti scappano e i piedi si possono levare le suole per camminare nudi tra le vie senza traffico.
Dubrovnik mi ricorda Venezia.
Bella, statuaria, impeccabile.
Vorrei ritrovarmi qui di notte.
Dubrovnik, la perla.
Ma io ripensavo alla mia Bosnia. E così si riparte alla ricerca di un'isola croata lontana, difficile da raggiungere, che richieda fatica e volontà. Per evitare la vacanza, per continuare il viaggio.


Dubrovnik (Croazia) ---> Korčula (Croazia)

Isola di Marco Polo, di spiagge cercate e trovate fatte di sassi bianchi e poche persone. Alberi, vitigni e verde. Una mansarda sul mare. Panorama sui marinai che dalle 8 di mattina bevevano birra e scartavetravano dipingevano curavano le barche.
Mia figlia ha imparato a tuffarsi in mezzo al mare dove i pesci sprofondano e i sogni di sirene nascono.
Il vento ha preso sotto la forte ala il sole e lo ha difeso.


Korčula (Croazia) ---> Omis (Croazia)
---> Split
(Croazia) ---> Ancona (Italia)

Regalo un bungalow nuovissimo a una bambina di 7 anni che dovrebbe essere eletta come stagista di Marco Polo.
Glielo regalo in un campeggio costoso a due passi dalla spiaggia. Le regalo le reti sopra cui saltare, le altalene, le camminate in solitaria.
Le regalo la promessa che poi si parte per Spalato (Split) e con la nave si torna in Italia, a casa.
Piove.

Ho imparato voda, acqua.
Dobridan, buongiorno.
Ho imparato a fatica
doviđenja, arrivederci.
Ma più di ogni altra parola, ho pronunciato hvala, grazie.
E che siano gli alfabeti a descrivere un viaggio.
Hvala
è grazie in sloveno, in bosniaco, in serbo, in croato.

Hvala
è grazie anche per me.

Hvala Jugoslavia
. Penserò spesso ai tuoi figli, a tutti, tutti quanti.



04 giugno 2009

come un uomo sulla terra.

Non esco dal cinema. Perché già sotto le stelle, e perché non è un cinema. Respiro. Mi occorre un tempo di "deposito arrabbiatura e disagio". Non so parlare. Non riesco a mescolare frasi semplici come Vorrei bere una birra con il mio umore. Una birra diventa piccola stupida troppo lussuosa inezia in rapporto al dolore che mi è appena stato mostrato.
Allora respiro. E oggi scrivo.

Giardini Speyer. Davanti alla stazione, a Ravenna.
Una distesa di erba, sotto vecchi alberi, accanto ad un palazzo troppo stan
co.
Qualche decina di sedie improvvisate e infilate per – e grazie a – il Festival delle Culture.
Un telo, un proiettore, due casse acustiche.
Vicino, il marciapiede per chi cerca i binari e le rotaie, o per chi sceglie una panchina per far incontrare lingue differenti a salutarsi: qualche metro quadrato di mondo, un piccolo appezzamento di africani,
badanti rumene e polacche, solitari, vecchi. Per l'occorrenza due vigili urbani. Credo la chiamino "prevenzione". Che dove ci sono loro, bisogna fare attenzione, bisogna prevenire, di questo vogliono convincere. Spero che a quei due "arruolati" sia rimasto un poco nel respiro, questo film.

COME UN UOMO SULLA TERRA.
Respiro e ripeto: come un uomo sulla terra.

Un film-documentario sui migranti africani, "fatto" dai migranti africani.
Per gli italiani, i migranti sono i barconi carichi fi
no al midollo che conquistano Lampedusa, tra un TG e l'altro.
Oppure sono quelli che non ce la fanno, allora Beh allo
ra ci spiace, in fondo son uomini ma. Il servizio successivo sarà su Kaka che forse resterà al Milan se ben strattonato per la manica dal nostro Presidente del Consiglio. No, minuscolo: dal nostro presidente del Consiglio. No, correggo: dal presidente del Consiglio.

Un film documentario di 60 minuti di storie.
Migranti che raccontano. E non Lampedusa. Non il benvenuto in Italia. Non le "sublimi crociere" sul Mediterraneo.
Migranti che raccontano i loro nomi e cognomi, che raccontano le ragioni di una terra nativa abbandonata, che raccontano il viaggio che li avvicina alla
luce di una possibilità per sopravvivere, la fatica i soldi la paura la violenza la schiavitù le cicatrici il disumano per arrivare in Libia, da dove poi lasciare un continente amato ma martoriato.



Che raccontano la Libia e le sue prigioni, che raccontano la Libia finanziata da Italia ed Europa per inventare quelle prigioni, che raccontano cosa sono i container, cosa è un deserto, cosa la sete, cosa l'insensata voglia di morire, cosa la polizia trafficante e co
sa i trafficanti polizieschi, cosa la mancanza di sogni.

Facce che guardano. Facce che non sanno se riescono ancora a sorridere. Facce che vivono. Facce che dicono. Persone.

Come un uomo sulla terra
, di Riccardo Biadene, Andrea Segre, Dagmawi Yimer.
Uno splendido e semplice film, premiato e menzionato, finalista anche al Premio David di Donatello, ma non distribuito – perché compriamo gas e petrolio dalla Libia c
on lo sconto, chi può avere il coraggio di distribuirlo? – che sta riuscendo a srotolarsi sugli spettatori grazie a festival e iniziative private.
Qui il calendario.

Nulla devo aggiungere. Nulla posso aggiungere.
Niente sapevo di tutto ciò che ho imparato grazie a questo film.
Ciò che è in mio potere è far si che un film sia un'eredità che lascio in giro, per un dopo. Molliche di pane per ritrovare un sentiero che mi appartiene.
E tento allora di fare un poco di informazione. Senza TG e senza Kaka. Senza il minuscolo.

Dunque questo film, prodotto da Asinitas Onlus, che scopro così e che già amo. In collaborazione con ZaLab.

Infine, ecco il grazie di Dagmawi Yimer – Dag, che è stato migrante, che quell'atroce viaggio ha compiuto, che si è occupato di questo film come per far vibrare le corde vocali, per conservare ancora un'opinione e per dar voce ai muti.

Vi dico una cosa
solo che sono talmente sodisfatto, fiero, fiero personalmente e mi sento un grande sollievo per quanto riguarda il contribuito che ho fatto per quei miei amici che stanno in guai ancora.
Sono anche libero (innocente storicamente). Non so se mi avete capito bene. Mi disturbava dentro di me una voce che mi accusa colpevole (guilty) e adesso con tutto il vostro lavoro, la vostra volontà e dedicazione non c'è più quella voce, sono anche libero e innocente come un uomo sulla terra. Per me questa è la giustizia: dare voce a quelli che non hanno il potere.
Un abbraccio forte a tutti
dormo... dormo...
e certo che mi sveglio di nuovo.


E io dico grazie.

Mi chiedo cosa costi l'umanità. Cosa costa aprire occhi e orecchi e capire, e correggere?

Costa vergogna.
Mi arrabbio così profondamente da non riuscire a trovare vocali e consonanti.

Poi guardo questi uomini e queste donne.
E allora ricomincio a respirare.

23 aprile 2009

kata-kumbes: sotto profondità. Palermo.

Di cosa devo scrivere? Di cosa?
Cos'era quella maraviglia di cui dovevo scrivere? Eppure.

Mi par di ricordare che.
Eppure c'era qualcosa di cui dovevo assolutamente scrivere.
Mi sembra di avere in mente perfino le parole esatte già
scelte e appese al filo con le mollette. Ma.
Cosa?

Ho trascorso lunghi momenti bizzarri ostacolati da una
memoria labile. Per ragioni tangibili e tanto vere da sbigottirmi. La dottoressa dice Prendi tempo, concediti pazienza e tornerai a ricordare, la memoria si rifarà vivida e non sprecherai più sensazioni innominate.

Non impiegherò queste finte pagine per raccontare di come si possano fabbricare dimenticanze. Le impiegherò per scrivere ciò di cui la mia mente andava farneticando. Cos'era quella maraviglia?
È questo il titanico potere di carta e penna. Questo l'immenso regalo che sa restituirmi un taccuino da viaggio che ancora ho l'abitudine di infilare nella borsa ogni giorno.
Rileggo i miei appunti e ricordo.

Nel novembre del 2007 sono partita in solitaria per Palermo.
Mia abitu
dine per disabiturami, quella del viaggio in assolo.
Scelsi Palermo per l'assoluta mancanza di appiglio: non conoscevo nessuno
laggiù, pochissimo sapevo della città, niente mi spingeva a raggiungerla.
La dir
ezione doveva essere Sud.
Allora fu la Sicilia, e dell'isola fu la Signora.


Capitale di contrasto che echeggia di un mondo arabo mescolato alle fogne, di una terra contadina adornata a matrimonio reale. Feroce e fiera. Sanguigna.
Più di una vo
lta la testa ha girato, ricordo. Per sorpresa, non per paura. Per esagerazione, per sbrodolamento, per incessante sciabordio. Un pezzo di vitello accettato al mercato del Capo che lasciava scivolare il sangue sulle mie suole. Una dozzina di uomini che in silenzio fermavano una palla per osservare la mia traiettoria. Le strade gonfie di odore – sempre uno, sempre quello, di mandorle bruciate nell'olio di frittura di pesci spada.
E poi, le catacombe.
Le Catacombe dei Cappuccini.

Ecco di cosa volevo scrivere.


A Palermo la periferia si mescola al centro città senza chiedere il permesso.
Quartiere Cuba
. Pochi turisti.
Giornata calda e assolata. Lavorativa.
I ragazzini giocano nei pochi prati rovinati. Il cimitero della Chiesa di Santa Maria della Pace ancora vestito a festa per Ognissanti appena trascorso. Una donna urla. Grida
un saluto a un vecchio a lei a fianco, che risponde con voce imperiosa e stanca.

Nell'Ottocento le catacombe erano meta preferita dai giovani aristocratici inglesi che fingevano il rischio nel Gran Tour esplorando la giungla e
uropea – fra tutti gli angoli, favorita l'Italia delle reliquie romantiche – per poter tornare in patria col petto gonfio di avventura e onore.

La mia strada ci era passata invece perché una simpatica touriste francese a colazione aveva esordito con Ça vaut le coup d'y aller. On a l'impression que c'es
t pas possible.

Si scende. Scendo. Sola. Muri bianchi. Soffitto basso.
Non ricordo chi vidi per primo. Eccoli. Eccoli tutti. Infiniti, tanti, quanti?
La guida dice più di 8000.
Non esiste un solo brandello di parete che respiri. Tutto è cadavere.
Centinaia si scaffalature fanno dei corrid
oi una biblioteca di resti umani.
Se non ci fosse il soffitto e poi la terra e poi il cielo, andrebbero oltre, ancora di più, al di là dell'oltre.
Ovunque, loro.

Barcollo. Capogiro.
Perché questa è la morte, vero?

Mi siedo, devo sedermi. Non so dove appoggiare un corpo ancora vivo.
Ovunque loro.
Faccio della mia borsa un vel
o di distacco e mi ci accascio sopra.
Ovunque, loro.
Risalgo allora lo sguardo.


La vecchia ha la testa girata e rimprovera ancora il figlio di non aver sposato la donna giusta.
I frati ancora pregano esausti di farlo.
Le vergini sono vestite di tutto punto e tentano di tenere gli occhi bassi, mentre
invece la sottana chiede interesse.
L'uomo dalla bocca immacolata chiede al vicino di tomba un'altra sigaretta.

Un rigattiere li ha portati qui. Per secoli.
Ne ha fatto mercatino, ne ha fatto incontro.
Allora tutto diventa un film.
Li sento sghignazzare.
Pare abbiano da ridire sulla mia faccia pallida.
Mi alzo e cammino. E scopro un mondo impeccabile. Irreprensibile. Inattaccabile.
Dario Argento non ha inventato nulla.
Tim Burton diventa un buffone.

Tecniche di imbalsamazione fino a quest'anno misteriose (pare che qualche mese fa un gruppo di studiosi grazie a tecnologie spagnole sia finalmente riuscito a capire) hanno fatto in modo che i corpi che dal '500 fino ai primi del '900 sono stati qui lasciati riposare, continuassero a vivere di scheletro e pelle e denti e vestiti e capelli.

Sono ora a dieci centimetri dall'alito deserto di una donna morta urlante. La cuffietta che indossa scricchiola vicino al grido di fatica che le è rimasto tatuato addosso nel trapasso.

Sono bambole vuote. Assenze.
I bambini diventano pupazzi travestiti. Non posso che considerarli grumi di ossa simili ad animali nelle teche di un qualche ridicolo museo. Eppure vite.
Tutto gioca ad essere stato vero.
Dove sono i pirati, i draghi e i fantasmi?
Chi di voi avrà il coraggio di muovere per primo le ossa e impaurirmi d'improvviso?

Ancora sbando. Mi siedo ancora. Controllo il tempo con i polpastrelli.
Tu-tum tu-tum tu-tum tu-tum.
Ma ancora la pace del niente mi consola. Tutti a dirmi di non lamentarmi.
Cuore veloce, certo, ma cuore!
Un'apertura, una piccola finestra proprio sopra la baratheca di Rosalia Lombardo – la piccola diva delle catacombe – mi mostra la linea sottile dell'asfalto verso la superficie.
Si sente la voce di un televisore.
Mi fermo. Ascolto. C'è la pubblicità. E scoppio a ridere.
Panthène Time Therapy
per non lasciare invecchiare i nostri capelli.

Adesso ricordo ancora il grottesco ironico pensiero che mi scorreva nelle vene ancora liquide.
Non siamo forse anche questo?
Un giorno "sarem
mo stati" anche questo.
Espressioni, abiti che coprivano corpi, bisbigli, segreti, sogni accartocciati nelle tasche dei pantaloni.
I Papi moriranno e finiranno a fare combriccola con gli operai.
Le vergini a solleticare l'orecchio dei bambini mai avuti.

I cantautori coi baffetti prenderanno a calci i dittatori coi baffetti.

Quello che resterà senza sembrare reliquia sarà davvero altro.


Quando sarò uscito da questa porta,
può darsi che anch’io esista solo nella mente di chi mi conosce.
J. D. Salinger, Teddy, in “Nove racconti”








06 marzo 2009

sei gorilla in tribunale. Ravenna.

Ho un problema con le fave. Non riesco ad amarle. Poi con le galline. Mi schifano, quasi mi inquietano. Ho un problema con gli ombrelli. Mal li sopporto. Con i cassetti aperti e le ante che non si chiudono. Soprattutto di notte. Mi impauriscono.
Potrei soffermarmi ancora un poco, concedere tempo al pensiero ed elencare altre faccende per cui svalango insofferenza ingiustificata. Mi chiedessero il perché, risponderei Non so.

Filosofando inventerei frasi con la parola atavico a far da protagonista, per discolparmi dal non riuscire a dare spiegazione logica.
Perché ci sono insofferenze senza scuse, senza ragioni. Questioni di pelle. Incapacità incomprensibili. Blocchi insensati.

La scultura. Le tre dimensioni della scultura. Mai sono riuscita a farle mie. O piuttosto, molto raramente.
Pronta a commuovermi davanti a un quadro, ad inginocchiare meraviglia di fronte ad una fotografia, a studiare la calligrafia come fosse incrocio di strade su cui riconoscere bellezza, mi sono sempre raggelata davanti alla scultura.

Perché? Non so.
La sensazione è sempre che gli oggetti comuni – dal paio di occhiali, al volto di donna, al fiore sul ciliegio, al vuoto – siano già la perfezione raggiunta, siano già il reale non interpretabile, il riassunto non sintetizzabile.
Nemmeno la scultura astratta, futurista, cubista solitamente mi emozionano.
Così, spesso rimango di stucco nell'imbarazzo che la terza dimensione mi inculca.

Oggi però qualcuno mi ha portato in gita al Palazzo di Giustizia, a Ravenna.
No, nessun avvocato, nessun giudice, nemmeno le loro tre dimensioni, ad aspettarmi. Nessun appuntamento rischioso.

Il palazzo è triste, algido, monocromatico e sbiadito. Il silenzio è infame e bugiardo. Una sola entrata per la corte interna, larga, ottagonale e grigia. Si varca un passaggio e ci si ritrova più piccoli.

Sei gorilla giganteschi intimano di prestare attenzione. Dimensione naturale. Colate di bronzo. Neri. Narici sprofondate. Sguardi differenti, posizioni in movimento, in riassetto. Sei gorilla dentro il Palazzo di Giustizia. Bellissimi. Bellissimi. Bellissimi.
Pare stiano per dirigersi verso l'uscita – che è l'unico ingresso. O sembra vogliano difendere nell'occupazione del suolo. O potrebbero voler fare due chiacchere. O cominciare invece l'invasione del mondo. O essere monito. O essere scherno.

Davide Rivalta, l'artefice. 1974. Di Bologna. I miei complimenti.
A informarsi un poco, si sc
opre il suo piacere nel rappresentare animali. Nell'usare il metallo o la vetroresina. Anche lo schizzo, l'impasto.
Perché? Non so.
Semplicità di un'idea. Coraggio nel proporla. Coerenza nel riprodurla.
Perché? Non so.
Perché dentro ad un tribunale – rinchiusi o liberati, in attesa o in aggressione, in difesa o in protezione – è sconcertante trovare sei grossi gorilla che osservano. Sbigottisce. Sbalordisce.

"Ho voluto dare forma ai sentimenti intensi, a volte brutali, che vivono in chi attraversa un tribunale" illustra Davide Rivalta.
"L'efficacia dell'opera nasce dal contrasto che si percepisce tra l'austerità immobile propria di un Palazzo di Giustizia e l'energia primordiale delle sculture" spiega la Procura di Ravenna.
Che non è affatto semplice tollerare sei gorilla che passeggiano là fuori, là sotto le aule di magistrati, gli uffici di avvocati, le sorveglianze di poliziotti. Io li trovo splendidi. Ma non è scontata la compresione di quest'ironia e di queste vicinanze – questi accostamenti.

Io però non posso non sorridere pensando a George Brassens, e poi a Fabrizio De André. Al loro gorilla.
E allora nulla ferma la carovana di personaggi che immagino colare in bronzo dentro la corte del tribunale: vecchine, nani, zingari, prostitute, condannati, marinai, preti.



Forse dunque bramo perché la scultura superi le tre dimensioni, le moltiplichi, le estenda, le sbrodoli. Perché esca dai contorni e mi lasci a curiosare tra i perché, senza bisogno di risposta, nella elementere accettazione di qualcosa di bello.
Sono ancora qui a chiedermi Che diavolo devono combinare sei gorilla dentro un tribunale?


24 febbraio 2009

Erri e Izet. Lettere fraterne.

Due uomini in otto lettere.
Quattro napoletane: l'arricciamento della lingua che sbatte laddove un paio di vocali tracciano i confini del porto. Erri.
E quattro bosniache: una dolcezza sibilante che viene accompagnata da quelle stesse vocali lungo uno scivolo che appoggia a terra. Izet.
Erri e Izet. Due uomini. Vino e acquavite. Lo stesso brindisi in lingue affacciate sulle rive opposte dell'Adriatico. E lettere, appunto. Lettere fraterne.
Moj brat.
Fratello mio
.

Di certe occasioni sono gelosa. Me ne starei zitta. Sì, ammutolirei. Gonfierei il petto per la gioia di aver scoperto ancora bellezza e nel silenzio soddisfatto, mi sentirei ricca.

Ma c'è un libro da regalare. C'è anche chi l'ha scritto donandolo al mondo. Allora io lo regalo di nuovo, come se potessi immaginarmi archeologa di parole, scavatrice di antiche intenzioni, ereditiera di una storia che mi è stata raccontata e che allora continuo a tramandare, come un tesoro che deve scalvalcare il tempo.

Lettere fraterne
di Erri De Luca e Izet Sarajlić. Dante&
Descartes Edizioni.

Amo da molto tempo Erri. Credevo di aver letto tutto di lui, dai romanzi, alle poesie, ai testi tradotti dall'ebraico. Invece mi mancava la sua Jugoslavia, la sua Bosnia, la sua Mostar, la sua Sarajevo. E la guerra che dal 1991 fu di tutti.

Erri De Luca è un uomo che scelse di guidare un furgone di aiuti ONU. Che conobbe un popolo fatto di popoli, fatti di mani, fatte di civiltà.
Erri è un uomo che si fece amico un altro uomo, Izet Sarajlić. Poeta nato nel 1930 e morto nel 2002 che ha conosciuto l'Italia delle bande nere che nella seconda guerra mondiale gli uccisero il fratello, l'Italia dell'amato Alfonso Gatto, l'Italia di Aviano che spingeva i bombardieri nella rincorsa sulla Sarajevo dove durante la lunga guerra balcanica morì sua sorella, e anche l'Italia di Erri De Luca.

Eccolo, un libro piccolo e di una verità disarmante. Di u
n'amicizia tra uomini magnifici che restano uomini, che restano amici, che restano magnifici, ben oltre l'essere scrittori.

Io vorrei davvero parlarne. Vorrei ampliare una dissertazione finora concentrata. Vorrei farlo con gesti mimici che potessero descriverne il valore.
Ma non saprei come. Perché in questo malloppo di poche pagine ci sono un napoletano e un bosniaco che con semplici lettere che iniziano con un Caro e terminano con un Tuo mi hanno commosso di gioia, di rabbia, di sorpresa, di sollievo, di speranza.
Un libro capolavoro del niente che costruisce un'amicizia tra minuscoli giganti, un'umanità che ci rende umani e umanamente comprensibili.

Così Erri mi ha presentato Izet.
Di Izet ho cercato e aspetto di leggere Qualcuno ha suonato. Ma fuori commercio e in ristampa.
Poi le vie bizzare dei sentieri di montagna mi hanno fatto "incontrare" per puro caso - per semplice fortuna - chi cura non solo l'edizione di questo libro di poesie, ma anche u
na casa dove la poesia si incontra, dove le parole si danno il benvenuto e si salutano con stretta di mano.

Alla fine ripenso all'antica Jugoslavia, la Slavia del sud, che voglio imparare ancora, magari con un furgone.
Che sia un furgone senza aiuti in una terra senza barricate, che ho conosciuto in un'infanzia appannata.
Ne ricordo il mare. Brillava di paillettes mattutine per cui gli occhi si dovevano inchinare.
Ora vorrei conoscerne i fiumi.

16 gennaio 2009

Gaza. 2009. ancora.

Li faccio parlare. Loro non possono.
Ma io li faccio parlare tra loro.



AMOS OZ
Il sistematico bombardamento subito da parte dei cittadini di città e villaggi in Israele, costituisce un crimine di gu
erra e un crimine contro l'umanità.
Lo Stato di Israele deve proteggere i suoi cittadini. (...)
Il calcolo di
Hamas è semplice, cinico e malvagio: se innocenti civili israeliani vengono uccisi, perfetto. Se molti palestinesi innocenti vengono uccisi, ancora meglio. Di fronte a questa posizione, Israele deve agire con intelligenza e non in una esplosione di rabbia. (...)
estratto da un articolo scritto il 26 dicembre 2008


MARIO VARGAS LLOSA
Nessuno, a meno che non sia un terrorista o un fanatico, può trovare giustificazioni alla continua stretta criminale che Hamas eserc
ita sulla popolazione civile d’Israele. D’accordo.
Ma se si tratta di cercare le ragioni del conflitto non è onesto, a mio modo di vedere, fermarsi solo a questo (...)
Mi domando se qualsiasi Paese del mondo avrebbe potuto progredire e modernizzarsi nelle atroci condizioni in cui vive la gente di Gaza.
Non parlo per sentito dire, non s
ono vittima di pregiudizi nei confronti di Israele, un Paese che ho sempre difeso, in particolare quando era al centro d’una campagna internazionale orchestrata da Mosca che appoggiava tutta la sinistra latino-americana.
Ho visto le cose con i miei occhi. E ho provato nausea e indignazione per la miseria atroce, indescrivibile in cui languono senza lavoro, senza futuro, senza spazio per vivere, negli antri stretti e immondi dei campi profughi o in quelle città sommerse dalla spazzatura dove i topi scorrazzano sotto gli occhi pazienti dei passanti, le famiglie palestinesi condannate a poter solo vegetare, ad aspettare che la morte arrivi a mettere fine a un’esistenza senza speranza, completamen
te inumana.
Sono questi poveri infelici, bambini e vecchi e giovani, privati ormai di tutto ciò che rende umana la vita, condannati a un’agonia ingiusta proprio come quella degli ebrei nei ghetti dell’Europa nazista, quelli che, ora, vengono massacrati dai caccia e dai carrarmati d’Israele, senza che tutto ciò serva per avvicinare d’un solo millimetro la sospirata pace.
Al contrario, i cada
veri e i fiumi di sangue di questi giorni serviranno solo ad allontanarla, la pace, e ad alzare nuovi ostacoli e a seminare altri risentimenti e altra rabbia sulla strada dei negoziati.
estratto da un articolo scritto su El Pais e riportato da La Stampa il 13 gennaio 2009


ELIE WIESEL
Una leggenda cassidica racconta che il grande rabbino Baal-Shem Tov, il Maestro del Buon Nome, conosciuto anche come il Be
sht, si prodigò nella missione urgente e pericolosa di accelerare la venuta del Messia. Il popolo ebraico e tutta l'umanità erano troppo sofferenti, troppo afflitti da tanti mali. Dovevano essere salvati, e rapidamente.
Ma per aver tentato di interferire con la storia, il Besht fu punito: bandito insieme al suo fedele servitore in una lontana isola. Disperato, il servo implorò il suo padrone di esercitare i suoi misteriosi poteri, al fine di portare a casa entrambi.
"Impossibile", il Besht rispose. "I poteri mi sono stat
i tolti".
"Allora, per favore, dite una preghiera, recitate una litania, fabbricate un miracolo".
"Impossibile", il Maestro rispose: "Ho dimenticato tutto".

Entrambi cominciarono a piangere.
Improvvisamente il Maestro, rivolto al suo servo, chiese: "Ricordami tu una preghiera, una qualsiasi preghiera."
"Se solo potessi", disse il servo. "Anch'io ho dimenticato tutto".

"Tutto, assolutamente tutto?"
"Sì, ad eccezione..."
"Salvo che cosa?"
"Fatta eccezione per l'alfab
eto".
Al che il Besht gridò con gioia: "Allora che cosa stai aspettando? Inizia a recitare l'alfabeto e io lo ripeterò a mia volta...".
E insieme i due uomini in esilio iniziarono a recitare, all'inizio sussurrando, poi sempre più forte: "Aleph, Beth, Gimel, Daleth...". E ancora, ogni volta più vigorosament
e, più ardentemente; fino a quando finalmente il Besht riacquistò i suoi poteri, dopo aver riconquistato la sua memoria.
discorso al ricevimento del Premio Nobel per la Pace l'11 dicembre 1986


FABRIZIO DE ANDRE'
Ci si può trovare anche di fronte alla tragedia, magari alla tragedia altrui, anche se condivisa, in quanto fratelli o figli della stessa cultura.

È il caso di Sidone, Sidùn in genovese.
Sidone è la città libanese che ci ha regalato o
ltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche l’invenzione del vetro.
Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. Un grumo di sangue, orecchie e denti di latte, ancora poco prima labbra grosse al sole, tumore dolce e benigno di sua madre, forse sua unica e insostenibile ricchezza.

La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea.
dalla trasmissione RAI Mixer del 1984



LUI da Gaza


23 dicembre 2008

rue Myrha. prière.

Amo le parole. Amo spostarmi, muovermi, scoprire e affezionarmi.
Gironzolo spesso con un taccuino.
E ci sono due pezzi del mio mondo che hanno spinto più di altri la penna a inventare e i ricordi a depositarsi: Lisbona e Parigi.

Ho vissuto in entrambe – città femmine – e ho pagine di foglietti e linee di calligrafia che mi descrivono ancora, e precisamente, cosa incontravo.
E la sorpresa a ripensarci è che mai è stata la Tour Eiffel a Paris e mai Praça du Comercio a Lisboa a farmi esplodere la meraviglia in gola. Mai.
Sempre invece la bellezza fotogenica degli incontri casuali, una ragazza che costeggia il muro di notte a Cais do Sodré, una vecchietta che mi racconta della sua infanzia sull'electrico 14 a Bélem, i rumori e il vociare della Feira da Ladra, la puttana che scende le scale del mio immobile a Barbès, il bambino perso e ritrovato ai Jardins du Luxembourg, il clochard sulle rive della Senna ch
e mi chiede due monete.
Questo mi spinge a fissare parole sulla carta.


E rue Myrha.
Di rue Myrha, che è il cuore di Barbès – quartiere africano del 18esimo
arrondissement della capitale francese – potrei raccontare per anni, lungo linee trasversali che disordinano tempi e luoghi e momenti della vita che ci hanno avuto a che fare.

Potrei raccontare che fa paura. Può spaventare. Potrebbe essere una di quelle strade che obbligano lo sguardo di chi non le abita ad abbassarsi e farsi piccolo fino a tentare di sparire e passare veloce veloce.
Posso aggiungere che prostituzione e droga sono i migliori amici della notte. Ricordo di averla attraversata sola sotto stelle e luna e perfino loro parevano più nere e più ubriache.
Poi rue Myrha è fatta di case che crollano o muri che sono fatti crollare.
Di odori speziati che cercano di arrivare fino all'Africa, di merguez, di
polli vivi e uova fresche, di cous-cous, di sudore, di giacche vecchie e colori mescolati, di occhi bianchi e denti gialli.
E rue Myrha è stato il mio vendredi 14h30. Questo il souvenir più bello che ho di Parigi.

La preghiera su rue Myrha tutti i venerdì alle 14.30 del pomeriggio. La preghiera fuori dalla moschea. La prière per strada. La preghiera che invade e riempie. La preghiera sentita e voluta. La preghiera che se è vero che Dio vede tutto - anche il loro - allora sarà vista.

La moschea di rue Myrha è da sempre centro nevralgico della Goutte d'Or, che davvero è la zona di Barbès africana e per la maggior p
arte musulmana, capitale di tutto il continente nero a Parigi.
Nel 1995
l'imam Abdelbaki Sahraoui fu assassinato fuori dalla moschea e da allora i parigini e i loro presidenti cercano di avere opinioni, critiche e cambiamenti da proporre per "ordinare" rue Myrha. Le retate della polizia all'esterno dell'Olympic, locale in cui si organizzano ad esempio splendidi concerti senegalesi e ivoriani, sono un'abitudine tradizionale. Retate che mettono al muro sempre e solo i ragazzi neri che si ritrovano nei paraggi. A me non hanno mai fatto controlli. Nemmeno alla barista parigina, al turista americano, agli studenti di Bruxelles, ai musicisti di Marsiglia.

Ora racconto la mia rue Myrha.
Alle due del pomeriggio le serrande si chiudono. I negozi si sbarrano. Nessuno più compra, nessuno vende.
Tutti si incamminano verso la moschea, che è un caseggiato squallido e bianco, irriconoscibile in quanto luogo di culto.
Tutti sono tutti gli uomini. Delle donne non c'è traccia.
La moschea si riempie subito e allora è la strada.
Rue Myrha viene chiusa e diventa un magnifico mosaico di tappeti colorati. L'asfalto sparisce.
Le scarpe lasciano i piedi e si sistemano ai lati, vicino ai marciapiedi.
Gesti che diventano sacri perché in attesa: qualcuno tossisce, una mano si sposta, una gamba si piega. E silenzio.

Quando la preghiera comincia, la danza si sveste e una povera strada si fa palcoscenico di bellezza e rispetto e speranza.
I ritmi identici, l'alzarsi e l'inginocchiarsi intonati alle giacche e alle camicie.

La Mecca osserva e alla fine applaude.

Ancora in silenzio le scarpe riconquistano le direzioni verso i lavori, verso il vagare, verso la città che non è loro.


Io non so cosa sia la religione.
Non conosco la religione. Nessuna.

Spesso non la riconosco nemmeno, non riesco a distinguerla, a isolarla, a capirne la presenza.

Me ne rammarico.

Ma riconosco la bellezza, questo sì.

E insigno il silenzio di significato.

La preghiera di rue Myrha è bella, silenziosa e – credo - religiosa.


16 dicembre 2008

Murphy. Samuel. Beckett.

Mi chiedo perché non ci abbiano mai fatto sopra un film.
Me lo chiesi subito dopo aver letto l'ultima riga.
Mi risposi Tanto meglio, avrebbero sbagliato.
Il copione c'è, perfetto. I personaggi talmente intagliati nelle pagine da
vivere già di vita propria. Non servirebbero attori. Rovinerebbero tutto. Sarebbero finti. No, sarebbero troppo veri.

Murphy, di Samuel Beckett.

Lo lessi per sbaglio, per caso, perché la raccolta delle sue opere teatrali non era in biblioteca quando io non avevo uno spicciolo da spendere in libreria – qualcuno già la teneva sul proprio comodino in prestito a casa – e così incominciai a scoprire la prosa di questo immenso genio del tutto e del niente che tanto amavo per l'ammirazione che provo per coloro che sono maestri della sottrazione, dell'ironia, delle domande senza risposta, del nero.

Non amo le classifiche, non le so fare e raramente sono capace di stilare liste per far gareggiare film, libri, poesie, parole.
Quello non è mai meglio di questo. Questo è spesso fondamentale adesso ma domani sarà un ricordo. O il contrario. O viceversa.

Tuttora non posseggo Murphy tra i mi
ei volumi.
Ma posso ferocemente affermare che sia un cardine della mia letteratura.
A distanza di tempo, lo mantengo come fulcro di paragone per comprendere se un linguaggio, se una trama, se uno stile si dipanano sul mio gusto come Murphy era riuscito a fare.

Murphy. Mai sono riuscito a immaginarlo.
Un buco d'uomo. Samuel Beckett che si guarda e si scrive. Un pazzo. Un malato.
Una sedia a dondolo.

Non esisteva il pozzo profondo che oggi chiamiamo internet, ma oramai si possono trovare infinite informazioni su qualsiasi virgola di questo romanzo del 1935 che Beckett riuscì a terminare nel corso di qualche anno, quando ancora scriveva in inglese.
Ed è divertente sapere cosa ne pensano gli scacchisti dell'assurda partita che Murphy tenta di avere con il Signor Endon, paziente schizofrenico della clinica psichiatrica in cui Murphy lavora. Curiosissimo vederne le mosse e immaginare una sfida a scacchi studiata e mai avvenuta.

Ma non voglio raccontare nulla.
Non mi interessa far sapere che ho saputo.
Sono un poco figlia di Murphy in questo momento, un poco beckettiana, sono Molly, sono chi aspetta Godot, sono Godot.
Mi va di restare legata alla mia sedia a dondolo, in silenzio, a fabbricare il niente, per consigliare un libro.
Se deve essere Natale fra poco, questo è il mio regalo.

23 ottobre 2008

Photodiscovery. la fotografia che sbagliava.

Un gallo fotografato ritagliato e incollato può riuscire a scalare la Torre Eiffel, se la rimpicciolisco e la piego a sufficienza.
Amo giocare con immagini e pittura. Diventa un mio bisogno personale di far accadere l'improbabile. Così di tanto in tanto mi rifugio in biblioteca per raccattare grossi volumi da cui scegliere fotografie da riutilizzare.

Sono così capitata su Bruce Bernard e su PHOTODISCOVERY, raccolta da lui curata di 158 capolavori della fotografia dal 1840 al 1940 (edita nel 1981 da Garzanti).
Giornalista, fotografo, collezionista, esperto ed editore, Bruce Bernard scrive anche una splendida introduzione in cui tenta di stropicciare un poco l'elegia che aggroviglia l'idea di "una bella fotografia".
Non c'è allora colore migliore di un altro, non c'è dunque bianco e nero poetico, non c'è soggetto valido, non c'è errore infimo.
Della fotografia Bernard incornicia ciò che per me è sacro: "gli incongr
ui accostamenti e le incoerenti metafore", lo sbaglio, la sfocatura, la stampa non perfetta, il memento mori.
Quella squisita essenza che rende un attimo infinatamente prezi
oso e irripetibile, nella sua naturalezza, nella sua forzatura mal riuscita, nello scatto fuggente e nell'esserci involontario, nello sguardo imbarazzato, nella linea attorcigliata dell'inquadratura, nel Qui e ora e forse non perfettamente.

Convinta che la nuova era del digitale non debba essere accostata a quella della fotografia - pur riconoscendone il bisogno in questo tempo veloce e fatto di tastiere e schermi illuminati - amante delle stampe da pellicola pensandole oggetti che possono invecchiare come me e acquisire esperienza, mi violento qui e ora e "incollo" alcune delle immagini di cui mi sono innamorata.
Perché impressionanti, che mi hanno colto impreparata nell'essere impressio
nata, mentre qualcuno impressionava loro.

William Henry Fox Talbot - Inghilterra
La figlia del fotografo, Rosamund. 1843-44.
Stampa su carta al sale da negativo calotipico.


Albert Sands Southworth
e Josiah Johson Hawes - Stati Uniti

Ritratto di vecchia (non identificata). 1850.
Dagherrotipo.


William Collie - Stati Uniti
Il patriarca del Jersey a 102 anni e la sua pro-nipote. 1848.
Stampa su carta al sale da negativo calotipico.


Charles Simart - Francia
Nudo femminile. 1856.
Stampa su carta al sale
(ingrandimento d
a un piccolo negativo al collodio).


Charles Simart - Francia
Nudo maschile. 1856.
Stampa su carta al sale
(ingrandimento da un piccolo negativo al collodio)
.


Charles Piazzi Smyth - Scozia
Curiosi colti a loro insaputa, Novgorod. 1859.
Diapositiva per lanterna magica.

Anon - Gran Bretagna
Un vecchio reduce e la moglie. 1860.
Ambrotipo colorato a mano.


Julia Margaret Cameron - Inghilterra (nata in India)
Mary Hillier, la sua cameriera. 1867.
Stampa all'albume.


Anon - Francia
Donna grassa. 1876.
Stampa all'albume.


William Van Der Weyden - Stati Uniti
Uomo sulla sedia elettrica. 1900.
Stampa moderna al bromuro d'argento.


Edward Steichen - Stati Uniti (nato in Lussemburgo)
Rodin con la scultura di Eva. 1907.
Autocromia.


Barone Adolfo De Mayer - Inghilterra (nato in Francia)
Studio di balletto. 1912.
Stampa alla gelatina argento.


Alfred Stieglitz - Stati Uniti
Ellen Morton al lago George. 1915.
Stampa al bromuro d'argento.


Martin Munkacsi - Ungheria
Portiere. 1926.
Stampa al bromuro d'argento
dal negativo originale.



Anon - Francia
Le donne più grasse del mondo. 1930.
Stampa al bromuro d'argento
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