Un libro. Un libro da me scelto può restare immobile, appoggiato al comodino per mesi. Può farsi assaggiare per qualche decina di pagine per poi essere riposto nello stesso giaciglio, spolverato periodicamente e guardato ogni mattina. C'è un tempo giusto per ogni libro. Lascio sempre che quell'istante si faccia sentire, come un solletico fastidioso, nello sbatocchiamento sordo di una mancanza, con una telepatia da oggetto inanimato. Questo libro è capitombolato nella mia vita quando lui stesso ha desiderato. E nel bisogno più preciso e strepitante, a mia insaputa e con mia gigantesca sorpresa. Raramente so dirlo, difficilmente lo penso ma mi riservo il diritto di sospirare e sussurrare, ticchettando più gentilmente queste piccole dita sulla tastiera: capolavoro.
Insigno la parola capolavoro di un significato artigiano e operaio: un'opera ben fatta, che ha tutto il diritto di essere presa ad esempio dal maestro come paragone di elevata fattura e dall'allievo come meta a cui aspirare.
Non racconterò un libro. Non ne spiegherò la trama, non descriverò i personaggi, né tenterò di nominare lo stile dell'autore. Non etichetterò le pagine con un genere. Mai, niente di tutto questo.
I libri sono faccende magiche, sono marchingeni che hanno il potere di operare sui nostri organi a seconda del paziente sotto i ferri.
Questo capolavoro poi, davvero con decisione.
Potrebbe diventare per qualcuno un dermatologo alle prese con problemucci superficiali come nei potenzialmente pericolosi che però ci restituiranno la bellezza.
Per altri sarà un cardiologo feroce e schietto che troverà tutti i sintomi di una rara sindrome che ci farà soffrire. Col sorriso ci dirà che esiste una cura, sarà sufficiente cercarla.
Per altri ancora un capace medico senza specializzazione che ascolta le lamentele e i dolori come fossero racconti ineluttabili, in silenzio e compostezza seduto di fronte.
Perfino il titolo non riesce a "collocarsi".
Una donna in fuga dalla notizia, all'incirca questa la traduzione dall'ebraico.
Until the End of the land, sarà in inglese (stranamente non ancora pubblicato).
A un cerbiatto somiglia il mio amore.

David Grossman, Mondadori.
Così in italiano.
Nessuna critica sulla scelta della traduttrice, che peraltro è in stretti rapporti di collaborazione con Grossman.
Da un verso del Cantico dei Cantici traspare la grande poesia che si respira in questo romanzo.
Io non voglio aggiungere altro.
È un capolavoro e io non sono né maestro né allievo.
Consiglio di non aprire l'ultima pagina per sbirciare come va a finire. Non va a finire.
Consiglio di lasciarsi dettare il tempo di lettura dallo splendore di questa storia.
Consiglio di lasciarne depositare il sapore per imparare che milioni sono le corde che si intrecciano, tanti gli odori, infiniti gli aspetti e i punti di vista che riemergeranno in una lenta digestione.
Già amavo David Grossman per la sua miracolosa capacità di comprensione, di analisi, di attenzione, di grazia.
Dopo questo libro ne faccio un piccolo monumento di coraggio.
La mia indole poi spesso mi spinge a domandarmi e a cercare ancora un pò di più.
E visto che un libro non si disvela, nè si enuncia, nè si semplifica, ciò che mi rimane da fare è riportare, copiando e incollando come una modesta operaia della carta – o dell'etereo che dir si voglia di questo strumento - una commevente storia vera che David Grossman ha letto in occasione della cerimonia per il conferimento della laurea ad honorem a Firenze, il 27 gennaio 2008:
"Si tratta della vicenda di un giornalista ebreo polacco di nome Leib Rochman.Negli anni Trenta del secolo scorso Rochman scriveva per un giornale in yiddish pubblicato a Varsavia.
Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale fece ritorno alla cittadina nella quale era nato, Minsk Mazowiecki, situata a est di Varsavia, dove si attivò come "assistente sociale" tra gli ebrei del ghetto, facendo meraviglie nel procacciare cibo agli affamati.
Nel 1942 sposò Ester, anch’ella nativa del luogo, e tre mesi dopo i nazisti sterminarono la comunità ebraica. Dei seimila ebrei della cittadina ne rimasero meno di venti.
Leib ed Ester, insieme con la sorella minore di quest’ultima, riuscirono a mettersi in salvo e a trovare rifugio presso una donna polacca il cui soprannome era "Ciotka", zia in polacco, un’anziana prostituta cordiale e piena di vita. (...)
Nel suo salotto Ciotka costruì per Leib ed Ester una parete-nascondiglio, a poca distanza da quella originaria.
Leib, sua moglie e sua cognata vissero nell’intercapedine tra le due pareti per quasi due anni. A un certo punto decisero di portarvi anche Haim, il fratellino minore di Ester, tenuto prigioniero in un campo dei dintorni, e consegnarono a Ciotka del denaro affinché si recasse al campo, corrompesse le guardie, liberasse Haim e lo conducesse da loro.
Ciòtka si mise in viaggio ma strada facendo bevve un po’, divenne allegra, passò accanto a una fiera, salì su una giostra, si divertì e quando finì di spendere tutto il denaro che aveva con sé tornò a casa senza Haim. Quella notte i tedeschi giustiziarono tutti i prigionieri del campo e anche Haim morì.
Quando Leib ed Ester vennero a sapere che Haim non era più in vita decisero di salvare un altro ebreo che, per quanto non fosse loro amico stretto, possedeva una vasta cultura ebraica e parlava la lingua della Bibbia. Poiché credevano che non fossero quasi rimasti ebrei al mondo, ritennero indispensabile tentare di salvare chi potesse perpetuare lo spirito e la tradizione ebraica. (...)
Rimasero nascosti fino alla fine della guerra, quando poterono uscire.
Leib Rochman era molto malato e debole. I cinque abbandonarono il nascondiglio e si misero in viaggio, senza sapere per dove. (...)
Ovunque andassero la gente li indicava e diceva stupita, in tono di scherno: ma come, sono rimasti così tanti ebrei?
Una notte trovarono rifugio in un campo di prigionieri vuoto, il cui recinto era stato sfondato, e lì trascorsero la notte. C’erano giacigli e tavolacci e su quelli dormirono. La mattina, al loro risveglio, scoprirono di essere nel campo di concentramento di Meidanek, liberato un paio di giorni prima dai russi, e di aver dormito sui letti dei prigionieri. Alla luce del giorno gironzolarono peri il campo e all’improvviso videro la Shoah.
Non sapevano esattamente che cosa fosse avvenuto negli ultimi due anni e ora vedevano davanti a sé mucchi di cadaveri e i cumuli di cenere di chi era stato bruciato. Non riuscivano a crederci: tutto era lì, sotto i loro occhi, eppure non riuscivano a capacitarsi che fosse successo veramente, che una cosa simile fosse stata possibile.
A quel punto si imbatterono in un gruppo di ufficiali e di guardie del campo catturati dai russi. I soldati dell’Armata Rossa accerchiavano i tedeschi che stavano seduti al centro, prigionieri.
Così, nello stesso giorno, Leib e compagni videro le vittime e i carnefici. I carnefici in carne ed ossa. Non qualcosa di astratto, un qualche simbolo del male. Lì, davanti a loro, erano gli assassini che avevano messo in atto il piano della "soluzione finale".
Di colpo Leib Rochman non fu più in grado di sopportarlo. Corse verso un soldato russo e gli strappò di mano il fucile, con l’intenzione di sparare ai tedeschi. Fermo davanti a loro prese la mira, ma non riuscì a premere il grilletto. Quasi impazzì, urlò, odiò se stesso, ma non potè farlo. Allora gridò, in yiddish: Aufstein, Fallen! - In piedi! A terra!
I tedeschi, sicuri che stesse per ucciderli, fecero ciò che ordinava loro, terrorizzati. Scattarono in piedi e si lasciarono cadere a terra, più volte. Leib capì che non sarebbe riuscito ad ammazzarli. Non sapendo cosa fare buttò via il fucile, si ritirò in disparte e scoppiò a piangere, a tossire e per la prima volta sputò sangue. Allora scoprì di essere malato di tubercolosi.
Leib ed Ester Rochman ebbero molte altre vicissitudini, attraversarono numerose nazioni e alla fine giunsero nella terra di Israele.
Si stabilirono a Gerusalemme ed ebbero un figlio e una figlia. Quest’ultima, la poetessa Rivka Miriam Rochman, è una mia cara e buona amica ed è da lei che ho appreso questa storia.
Leib Rochman fu giornalista dell’emittente radio israeliana "Kol Israel" ma per gran parte della sua vita si dedicò alla scrittura. Pubblicò due romanzi e una raccolta di racconti che ritengo esempi meravigliosi di letteratura innovativa, profonda, che discende negli abissi dell’animo umano. Questa è la storia sua e di sua moglie Ester."
Altro e ancora oltre, per fare conoscenza di un uomo che potrei chiamare grande:
> L'addio di Grossman al figlio: la nostra famiglia ha perso la guerra.
> Grossman non dà la mano a Olmert. Niente saluto al premier della guerra.
> David Grossman: Israele parli con Hamas.
> David Grossman a Fahrenaheit (Radio3) e Che tempo che fa (RaiTre)
> RaiNews24: David Grossman.


























































